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15 maggio 2009

14 racconti di fantascienza russa

Qualche mese fa mi sono letteralmente divorato un'antologia di racconti russi.
Si tratta di 14 racconti di Fantascienza russa, a cura di Jacques Bergier, edizione Feltrinelli del '61, una raccolta di testi scritti tra gli anni ’30 e la fine degli anni ’50.
Non sono un patito della fantascienza; ho letto un' del cyberpunk di William Gibson e qualche classico di Arthur Clarke. Peró, quando ho scovato questo titolo nel magazzino segreto, non ci ho pensato due volte a prenderlo. E non é stata una cattiva idea.
Pensavo che fosse uno di quei libri che si comprano come atto d'amore (per la Russia, nel mio caso). L'ho iniziato a leggere in uno svogliato weekend privo di stimoli e poi mi ha preso tanto che a malincuore me ne andavo a dormire o lavorare.
In realtá alcuni racconti erano piuttosto mediocri (o per lo meno non risvegliavano il mio interesse), tanto che li ho abbandonati dopo qualche pagina.
Ma non mi ha catturato tanto la bellezza dei racconti, quanto il milieu di cui erano impastati. Innanzitutto gli eroi sono (quasi) sempre russi (e noi siamo abituati a protagonisti invariabilmente americani), poi é data per scontata la supremazia sovietica in ogni campo (noi siamo abituati a vedere gli Americani come gli egemoni strafichi, ipertecnologici e superorganizzati). Inoltre i personaggi sono quasi sempre scienziati incorruttibili e animati solo dalla sete di conoscienza, marcantoni tagliati con l'accetta e pronti sempre a sacrificio di sè (che fa molto russo). In molti racconti la Terra é governata da un organismo democratico, schiavitú e imperialismo sono solo ricordi; il credo ufficiale é la Scienza, che ormai ha praticamente svelato ogni mistero. Nei racconti in cui si parla di Unione sovietica, non mancano riferimenti alla maggiore ricchezza e prosperitá di questa sull’America (ricchezza e prosperitá che assicurano agli scienziati maggiori fondi).
A proposito, nei due racconti ambientati in America il capitalismo é descritto come un sistema che genera povertá e disuguaglianza (ovviamente l'Unione sovietica é rappresentata come un modello di democrazia e libertá). Allora si era in piena guerra fredda e la letteratura era terreno di battaglia: ovvio che pure la fantascienza dovesse essere allineata.
I traduttori sembrano un po' aricchiappati. A parte che i neri vengono chiamati negri, in un racconto mi sono imbattuto in un personaggio che cosí inveiva contro la tecnologia: le macchine... le possino!
Il saggetto introduttivo di Jacques Bergier non riserva meno sorprese: si parla di Bulgakov come di un minore, come di un caratterista (da ricordare giusto per la novella Uova fatali; Il maestro e Margherita saró pubblicato solo nel ’67) e gli si contrappone l'accademico Kataev (la cui fama non varca ora le antologie scolastiche russe). In una cosa peró Bergier non sbaglia, nel rilevare il valore del romanzo breve di Ivan Efremov, Navi di stelle, il testo piú lungo della raccolta, che da solo varrebbe tutto il libro, a parte un paio di racconti dei fratelli Strugackie (gli autori di Stalker, per intenderci, da cui Tarkovskij ha tratto il suo film).
Navi di stelle é ambientato nell’immediato dopoguerra.
Un paleontologo cinese, prima di morire ammazzato da briganti, fa in tempo ad inviare ad un suo collega russo un cranio di dinosauro con un foro che sembra quello di un proiettile. Il paleontologo vorrebbe proseguire in Cina gli scavi interrotti, ma i capitalisti non lo permetteranno mai ad un accademico sovietico! Allora dirotta le sue ricerche in Kazahstan, dove trova un suolo simile a quello su il collega cinese lavorava (e che presenta strati coevi a quelli cinesi). Sfruttando lavori di sbancamento per la costruzione di una diga, vengono fatti scavi colossali (all’epoca il costo del lavoro era comunque basso).
Ma come si spiega un cranio vecchio di 70 milioni di anni forato da un proiettile?
Il paleontologo chiede aiuto ad un suo vecchio amico, un biologo.
Facciamo un passo indietro. Il biologo, all’inizio del romanzo breve, riesce (molto miracolosamente) a recuperare il taccuino di un suo studente morto in guerra (ritrova il taccuino dentro la carcassa del carrarmato dove é caduto il suo studente!). Nel taccuino il biologo legge una rivoluzionaria teoria: che le stelle non se ne stiano fisse nello spazio come tanti baccalá, ma che vaghino secondo orbite galattiche! Biologo e paleontologo lasciano mogli brontolanti e cercano conferme all’osservatorio astronomico e, dopo alcune notti insonni, scoprono un gruppo di stelle che 70 milioni di anni fa era nei pressi (a qualche anno luce) della Terra. È possibile, argomentano i due scienziati, che alcune di queste stelle avessero dei sistemi solari da portarsi appresso nelle loro orbite (da qui viene la bella idea delle Navi di stelle). Ed é possibile che in alcuni di questi sistemi solari si trovassero dei pianeti abitati da intelligenze evolute in grado di viaggiare fino alla Terra per andarvi a cercare dell’uranio (necessario ai loro motori atomici).
Bella teoria, ma bisogna trovare una prova. Le sole speranze sono riposte negli scavi.
In Kazahstan intanto gli scavi procedono febbrili, ma senza risultati. Addirittura gli operai, contagiati dall’entusiasmo dei paleontologi, offrono gratuitamente il loro aiuto (un bell’esempio di come il Lavoro aiuti la Scienza, commenta Efremov). Finalmente, verso la fine del romanzo breve, viene trovato il reperto tanto cercato, sotto lo scheletro di un dinosauro si scopre il cranio di una creatura sconosciuta, ma che doveva essere molto intelligente a giudicare dalle dimensioni della capoccia (simili a quelle del cranio umano). L’unica differenza é che al posto della bocca, il cranio presenta un bel becco.

2 febbraio 2009

La fine della rivoluzione - 2

Partecipo, come sapete, al concorso Blog&Nuvole con il racconto "La fine della rivoluzione".
Questo racconto ha superato la prima selezione ed é stato ammesso tra i 35 che diventeranno fumetti. E ieri anche il fumetto tratto dal mio racconto é stato pubblicato!
Le tavole sono di Michela Lanini.
Michela ha lasciato il mio testo fluttuare come una voce di sottofondo, come un commento orale alle sue forti tavole. Che richiamano gli avanguardisti russi e gli espressionisti tedeschi.


I colori che usa sono il bianco e il rosso scarlatto, che vira in un bruno rossastro, come sangue secco. Pozze di colore in ebollizione primordiale, in lotta titanica. Tra il bianco, i Bianchi, e il rosso, i Rossi.
Le frasi in Russo (alcune: che paura! avanti! non sono solo tra i miei compagni, sapore del sangue in bocca) sono piú che decorazione.
Forse si descrive la genesi cruenta dell'Unione sovietica, forse si descrive uno scontro tra due princípi irriducibili, perché Michela sembra non cercare la fedeltá della rappresentazione storica (infatti sembra ambientata 30 anni dopo la rivoluzione).
Molto bello il Lenin, vivo, che parla alle masse, mentre il mio testo dice di una sua statua quasi stanca, con braccia lungo il corpo.

12 dicembre 2008

Pikkujoulu al Centro Russo di Scienza e Cultura

Il pikkujoulu (letteralmente: piccolo Natale) è un'istituzione finlandese finalizzata alla celebrazione del Natale con i non-famigliari. E cioè amici, colleghi, commilitorni, compagni, camerati, amanti, nani e ballerine.
Ogni gruppo, associazione, società, ufficio, confraternita, loggia ecc. che si rispetti ne organizza uno.
Ieri abbiamo celebrato il pikkujoulu al Centro Russo di Scienza e Cultura (dove studio Russo; complimenti ai Russi che sanno elaborare nomi tanto altisonanti).
Ogni corso ha preparato qualcosa, secondo le sue possibilità. Noi abbiamo cantato la bellissima canzone Vecchio acero; a me, che sono negato per il canto, è stata affibbiata la lettura di un brano dell'Onegin puškinano (7, XXIX,12-XXX,8):

Вот север, тучи нагоняя,
Дохнул, завыл ― и вот сама
Идет волшебница зима.

Пришла, рассыпалась; клоками
Повисла на суках дубов;
Легла волнистыми коврами
Среди полей, вокруг холмов;
Брега с недвижною рекою
Сравняла пухлой пеленою;
Блеснул мороз. И рады мы
Проказам матушки зимы.

Ecco il vento, raccogliendo le nuvole,
ululava e soffiava; ed ecco in persona
viene la Maga dell'Inverno.

Arrivò, si sparse; con i fiocchi
si appese ai rami delle querce;
si distese con ondulati tappeti
in mezzo ai campi, intorno alle colline;
le coste con il fiume immobile
pareggiò di un soffice lenzuolo;
risplendette il gelo. E noi felici
degli scherzetti di Madre Inverno.

(la traduzione letterale e senza pretese è mia)

Ho avuto la fortuna di vivere questi inverni. Leggendo questi versi ne sono persino orgoglioso.
E che gioia leggerli in lingua originale!

10 novembre 2008

La fine della rivoluzione - 1

Partecipo ad un concorso per bloggers e fumettisti, Blog&Nuvole. Il mio testo, La fine della rivoluzione, é stato incluso nei 35 testi che saranno a disposizione dei fumettisti per trarne dei fumetti.
Il testo descrive un viaggio nell'Altaj durante l'Agosto del 2006. Un giorno raggiungemmo un paese sperduto a 200 km dal confine con la Mongolia, dove novant'anni fa venne annunciata la rivoluzione rossa e si decise di non proseguire perché fino al confine era praticamente tutto disabitato. Per questa ragione, la statua di Lenin che si trova nel villaggio ha le braccia distese lungo il corpo (di solito il braccio destro alzato indica la strada in avanti e Lenin stesso é in cammino).

Inja
Nel villaggio si trova, se non erro, il primo ponte strallato in cemento eretto in Russia (gli stralli sono i cavi di acciaio; il ponte é tipologicamente simile al ponte di Brooklyn, per intenderci, ma é in cemento). Risale agli anni '30 ed é stato tirato su da carcerati dei gulag che si offrirono volontari in cambio di una significativa riduzione della pena (ma non possiamo immaginare quanto dure fossero le condizioni di vita e di lavoro in questa contrada sperduta).

20 ottobre 2008

Яр

In questi giorni l'Istituto Russo di Scienza e Cultura (dove studio Russo) organizza un festival di cinema Russo contemporaneo. Giovedí a lezione ho preso un paio di biglietti gratis per un film che avrebbero proiettato Venerdí. Le uniche cose che sapevo del film: il titolo, Яр (Il burrone), e che era tratto da un racconto di Esenin.
Insomma, Venerdí andiamo a vedere Il burrone.
Entrati in sala (massimalista lusso sovietico), le tipologie di spettatori presenti non sono molto variegate. In primis vedo una giovane coppia di studenti: una ragazza con un'aria da intellettuale che si trascina dietro uno di quei ragazzi alti e passivi. Ma soprattutto Russi e Russe: giacche dal taglio antiquato con barba da filosofo per l'uomo, aggressivi stivali di vernice nera ed elaborate criniere bionde per le donne. I Finni, dimessi e insignificanti, quasi non si notano. Alla fine vediamo un volto amico, é quello di una signora-madre (del mio stesso corso) che si porta appresso la figlia.
Comincia il film. Apprendiamo che é del 2007 e che la regia é di Marina Razbežkina. La storia comincia con un sogno del protagonista, Kostja, in cui rivive un episodio dell'infanzia: durante una notte, le donne del villaggio giravano per i campi nude battendo padelle per scacciare il Male; gli uomini se ne stavano tranquillamente chiusi in un'izba a fumare, ma Kostja bambino, spinto dalla curiositá, esce dall'izba e, dobbiamo presumere, si becca in pieno il Male.
Kostja si sveglia, é solo un sogno. Arriva la madre che gli porta la camicia pulita: oggi é il giorno del suo matrimonio.
La prima impressione é favorevole: i costumi e l'ambientazione sono perfetti, la fotografia é magnifica (con viste di campi immersi nella nebbia).
Poi arriva la voce fuori campo del protagonista per dirci seccamente che lui amava un'altra donna, ma sposa Anna solo per obbedire alla madre; lui sa anche che Anna ama Stëpka. Comincio a preoccuparmi: in genere diffido delle voci fuori campo.
Poco dopo inizia un giro di sguardi tra i quattro vertici del chiasmo amoroso, occhi addolorati da filodrammatica di Rocca Sgurgola per le donne e occhiate da Rambo per Kostja. Una cosa pietosa. Se nelle intenzioni della regia c'era quella di suscitare emozioni o tensione, bé, provo emozioni piú intense quando mi si stacca un bottone dalla camicia.
Devi avere le palle di Sergio Leone e la colonna sonora di Morricone (e Clint Eastwood, Lee van Cleef e Eli Wallach) per fare una scena fatta solo di sguardi e senza una parola una. Da questo punto, dopo appena cinque minuti, é iniziata l'involuzione del film, durata altri lunghissimi novantatré minuti.
Si capisce il senso del sogno, cioé che Kostja si era preso il Male, cioé che porta sfiga, perché chiunque gli stia intorno muore. Il film finisce perché sono crepati tutti (a parte Kostja, ovviamente).
La storia é condotta senza uno straccio di filo logico (se non quella che ovunque Kostja vada, tutti quelli che gli stanno intorno prima o poi rendono l'anima).
Ogni tanto do uno sguardo a L.: segue il film impassibile, come se stesse seguendo una lezione di Cinetica discreta dei fluidi in Serbo-croato arcaico.
Quando il film va a rotoli, tutte le magagne vengono a galla. Come dicevo, costumi e ambientazione bellissimi, le comparse e i comprimari credibilissimi come contadini; anche Kostja viene dal villaggio, ma 1) non si sa che professione faccia; 2) lui é strafico: mentre tutti gli altri sono sporchi e mal vestiti, lui é sempre tirato a lucido (soprattutto sbarbato, anche quando vaga senza meta) e pare appena uscito da una boutique alla moda; mentre tutti gli altri sono analfabeti o sanno a mala pena leggere, lui legge Ovidio (tra l'altro sono riusciti a mettergli in bocca una citazione delle piú insulse e che soprattutto non c'entra niente con il film).
Una noia mortale.
L'unica cosa che si salva é la fotografia, che coglie con freschezza la Natura russa (campi, fiumi, foreste, estate, inverno).
Schizziamo via durante i titoli di coda (qualche coraggioso cinefilo siederá fino alla fine).
Prima di andarcene a casa, scambiamo quattro parole con la signora-madre e la figlia. Evitiamo commenti sul film; la signora-madre ci dice che anche la figlia studia Russo, ma da un mese solo. E io alla figlia, simpaticamente: allora fra poco ci raggiungerai (sebbene tra noi e lei ci sia almeno un paio d'anni di studio di differenza); e lei, acidamente, io studio alla Helsinki School of Economics, e il Russo che studiamo é business-oriented! Me cojoni, ma allora sei cazzuta!, avrei voluto dirle, ma non sapevo come tradurre me cojoni in Inglese. Mi limito ad uno: immagino quanto sia business-oriented il tuo Russo dopo appena un mese! E la madre, che aveva visto che la figlia aveva giá a sufficienza cagato fuori dal vasetto e non voleva che continuasse a farla per terra, interviene: sí, sa contare fino a 12!
Piccole stronze crescono. Tra l'altro la Helsinki School of Economic conta quanto il due di picche.

17 ottobre 2008

Sforzo titanico

Della serie "ieri ho salvato una ragazza da uno stupro selvaggio e sai come? trattenendomi".
Tranquilli, ieri non c'era nessuna ragazza e nessun desiderio che non avesse l'imprimatur vaticano. Epperó mi sono titanicamente trattenuto.
Tranquilli, nemmeno faccio riferimento ad alcun improrogabile e incontenibile diktat intestinale.
Piú che altro sto parlando di un gesto nobile e disinteressato, come quello di non calare il due di briscola quando l'avversario é costretto a scartare un asso bollente, cioé di non approfittare della situazione per trarvi spudoratamente vantaggio. Vivere la convinzione che perdere sia da gentiluomini e vincere da cafoni, che sia piú elegante stare in torto che aver ragione ed esser stronzi (a Roma, saggiamente, la ragione é degli stronzi).
Ma non divaghiamo.
QUANDO: ieri
DOVE: corso di Russo
Si leggeva un racconto di
Čehov, in cui alcuni personaggi vengono descritti strafogarsi in una trattoria di Mosca per una colazione alle tre del pomeriggio: gory blinov (montagne di frittelle) spalmate di burro e caviale, bottiglie di vodka, zuppe, etc. Soprattutto quello chiamato hozjain (il padrone) gli dá giú di brutto (e dopo tre ore aveva anche un qualche pranzo ufficiale). Tra l'altro era una tortura indicibile leggere di quell'abbuffata un'oretta-un'oretta e mezzo prima di cena (i miei succhi gastrici facevano scintille).
Insomma, ad un certo punto del racconto uno apostrofa altri come dikary. Ci guardiamo l'un l'altro ignorando il significato di dikary. In realtá non ci guardiamo l'un l'altro, perché i Finlandesi per qualche oscura ragione erano assenti a scuola quando hanno spiegato "condividere i sentimenti"; sono io che guardo gli altri (le signore-madri e l'essere asessuato frangipalle) alla ricerca di un barlume di emozione nelle loro facce (che hanno la rara qualitá di essere flosce e granitiche a un tempo).
L'insegnante che ha l'energia e la comunicativa di un'artista di strada ci viene in soccorso e ci spiega che dikary sono quelli che abitano ad esempio le foreste o luoghi sperduti, vivono allo stato di natura (brillantemente ha descritto lo stato di natura come l'ignoranza del bene e del male) e sono primitivi, belluini: dikary sono i "selvaggi"!
Ed é qui che ho performato lo sforzo titanico, l'epica impresa di trattenermi.
Perché se mi parli di gente che vive nelle foreste, é primitiva e vive allo stato di natura (cioé ha saltato a pie' pari tutto il drammatico percorso della civiltá per ritrovarsi improvvisamente con un Nokia in mano), bé, scusate, ma a me vengono in mente i Finlandesi. Perché la loro semplicitá e il loro essere diretti ad un Europeo possono apparire come patente ferinitá, smaccata rozzezza; soprattutto la loro mancanza totale di background storico li costringe senza redenzione all'ignoranza del conflitto morale che urge nel cuore di ogni uomo civilizzato e, conseguentemente, alla brutale mancanza di qualsiasi profonditá intellettuale.
Semplicemente, non potevo dire quello che pensavo (quella non era la sede adatta).
É stata dura.
Ma ce l'ho fatta
Ho taciuto.

15 ottobre 2007

Tristia di Osip Mandel'stam (1918)

 Я изучилъ науку разставанья
 Въ простоволосыхъ жалобахъ ночныхъ.
 Жуютъ волы, и длится ожиданье,
 Послeднiй часъ веселiй городскихъ,
 И чту обрядъ той пeтушиной ночи,
 Когда, поднявъ дорожной скорби грузъ,
 Глядeли въ даль заплаканныя очи,
 И женскiй плачъ мeшался съ пeньемъ музъ.

 Кто можетъ знать при словe -- разставанье,
 Какая намъ разлука предстоитъ,
 Что намъ сулитъ пeтушье восклицанье,
 Когда огонь въ Акрополе горитъ,
 И на зарe какой то новой жизни,
 Когда въ сeняхъ лeниво волъ жуетъ,
 Зачeмъ пeтухъ, глашатай новой жизни,
 На городской стeнe крылами бьетъ?

 И я люблю обыкновенье пряжи,
 Снуетъ челнокъ, веретено жужжитъ.
 Смотри, навстрeчу, словно пухъ лебяжiй,
 Уже босая Делiя летитъ.
 О, нашей жизни скудная основа,
 Куда какъ бeденъ радости языкъ!
 Все было встарь, все повторится снова,
 И сладокъ намъ лишь узнаванья мигъ.

 Да будетъ такъ: прозрачная фигурка
 На чистомъ блюдe глиняномъ лежитъ,
 Какъ бeличья распластанная шкурка,
 Склонясь надъ воскомъ, дeвушка глядитъ.
 Не намъ гадать о греческомъ Эребe,
 Для женщинъ воскъ, что для мужчины мeдь.
 Намъ только въ битвахъ выпадаетъ жребiй,
 А имъ дано гадая умереть.
  Ho imparato la scienza degli addii
  nel piangere notturno, a testa nuda.
  Ruminano i buoi, dura l’attesa,
  ultima ora di veglie cittadine,
  ed io rispetto il rito della notte dei galli
  quando, sollevato il fardello doloroso del viaggio,
  guardavano lontano occhi di pianto
  e il lamento delle donne accompagnava il canto delle muse.

  Chi può sapere che congedo attende
  nella parola addio,
  cosa ci predice il clamore dei galli
  quando il fuoco arde sull’acropoli
  e perché all’alba di una nuova vita,
  quando nel fieno rumina pigro il bue,
  il gallo araldo della nuova vita
  sulle mura della città sbatte le ali?

  E io amo i gesti quotidiani della tessitura:
  la spola ordisce, il fuso ronza,
  e già, peluria di cigno,
  la scalza Delia vola incontro!
  Meschino ordito della nostra vita,
  come è povera la lingua della gioia!
  Tutto è già stato, tutto si ripete,
  attimo dolce è solo il riconoscere.

  E così sia: una diafana figurina
  sul semplice piatto d’argilla,
  come una pelle appiattita di scoiattolo;
  china sopra la cera una ragazza guarda.
  Non sta a noi divinare il greco Erebo,
  per le donne la cera è come il rame per gli uomini.
  Noi solo in battaglia ci colpisce il fato,
  a loro è dato morire divinando.

26 agosto 2007

Giovedí 16 Agosto 2007 - MOSCA

Arrivo a Mosca, aeroporto di Šeremet’evo, a mezzogiorno e zero cinque, in perfetto orario. Uscito dall’aereo, mi fiondo al controllo passaporti, che supero prima che si formi la solita fila; i bagagli escono subito, il mio tra i primi.
A prendermi trovo l'autista Jurij; con Jurij c’intendiamo subito e subito scaldo il mio Russo; nell’attesa di C&C (che arriveranno tra due ore e mezza) ci scoliamo qualche birra e programmiamo la giornata.
La giornata è molto calda e il sole picchia.
Alle due e mezza raccolgo C&C dall’uscita passeggeri e li porto alla monovolume e subito partiamo per Mosca.
Sono eccitatissimo: di Mosca ho sentito parlare come di un’idra caotica e tumorale, come di un pazzo bestiario di tutte le possibili diseguaglianze; divoro con gli occhi tutto quello che vedo: le strade a sei o sette corsie intasatissime, la folla inesauribile che traghetta sopra i numerosi ponti pedonali, le tipiche torri residenziali socialiste... Abituato a Helsinki, il cui tessuto urbano è sfilacciato e rado (fatta eccezione per i quarteri di Eira e Töölö), questi monumentali assi viarii arginati da alte muraglie di edifici mi danno finalmente la sensazione di trovarmi in una CITTA’.
A metà strada tra l’aeroporto e il centro, ci aspetta VN, il capo di Jurij, che ci ospita in una berlina, più agevole per il traffico moscovita della monovolume, dove lasciamo armi e bagagli, sotto la custodia di Jurij.
VN ci porta a mangiare in un ottimo ristorante giapponese (la cucina giapponese impazza in Russia). Durante il pranzo parlo un po’ con VN, la sua parlantina sciolta richiede la mia massima attenzione: VN ha l’aria di un tipo sveglio e io voglio che anche lui mi consideri in gamba.
VN è Siberiano, di Tjumen’. Lo dice con orgoglio; si è trasferito a Mosca solo per il biznes. E il biznes gli va bene.
Dopo pranzo VN se ne ritorna al suo biznes e ci affida di nuovo a Jurij. Abbiamo giusto il tempo per fare un salto alla Piazza Rossa. La Piazza Rossa sembra un richiamo per turisti devoti praticanti di luoghi comuni e pii lettori di guide, la vera Mosca non è certo qui. Ripenso al breve tragitto a piedi di poco prima: dalla macchina al ristorante e viceversa in una strada qualsiasi di Mosca: i miei ormoni impazzivano e non solo a causa dell'infinita bellezza delle donne russe: esplodevano in me ricordi dalle letture più disparate, da Dostoevskij a Solženicyn, da Puškin a Nabokov, da Lermontov a Platonov, immagini dai classici del cinema sovietico degli anni ’60-‘80, mi fremeva dentro un’idea irreale di Russia, una cristallizzazione di miraggi d’amore, di memorie di viaggio, di odori, sapori, forme (di donna, d’edifici), d’attimi rubati alla meccanica del vivere.
Facciamo una brevissima visita alla cattedrale del Cristo Salvatore: la cattedrale venne demolita negli anni ’30 per edificare al suo posto un gigantesco centro congressi, di cui furono gettate solo le fondazioni; dopo la guerra dall’area di ricavò una piscina scoperta (infatti nella mia guida di Mosca del ’64 della chiesa non si fa menzione); la cattedrale venne ricostruita poi da El’cyn e in questa cattedrale è stato celebrato il suo funerale.
Si è fatto tardi e dobbiamo tornare all’aeroporto di Šeremet’evo a prendere i miei che arrivano da Roma. Il traffico del pomeriggio è vasto, ma in qualche modo riusciamo a fare in tempo. Il buon Jurij ci porta al terminal nazionale (che dista venti minuti buoni di macchina da quello internazionale); il check in per il volo per Kemerovo è già aperto e facciamo tutte le file (non mi ricordo più quante) fino ad arrivare al ponte d’imbarco. L’anno scorso il ponte d’imbarco era nell’edificio principale e quest’anno si trova in un edificio secondario collegato da un passaggio vetrato. Qui non c’è aria condizionata e il caldo è insopportabile. Una volta imbarcati la situazione non migliora.
Per qualche oscura ragione C&C e io siamo seduti davanti, mentre gli Italiani dietro. Vicino a me siede un ingegnere russo sui quarant’anni, è emigrato in Canada e torna a trovare i suoi per qualche giorno; ha modi molto occidentali. Dopo cena, m’immergo nell’Autunno del medioevo di Huizinga, cercando nella lettura di stemperare l’eccitazione di questa lunga giornata e di trovare il sonno.

17 luglio 2007

ПЕРВЫЕ СВИДАНИЯ (Primi incontri) di Arsenij Tarkovskij (1962)

Mi sto appassiondo ai film di Andrej Tarkovskij: recentemente ho visto "Soljaris" (1972) e "Andrej Rublëv" (1966). Ieri ho visto "Zerkalo" ("Lo specchio"; 1974). Riporto una poesia recitata da una voce fuori campo (quella del suo stesso autore, il padre del regista) durante il fim.

Свиданий наших каждое мгновенье
Мы праздновали, как богоявленье,
Одни на целом свете. Ты была
Смелей и легче птичьего крыла,
По лестнице, как головокруженье,
Через ступень сбегала и вела
Сквозь влажную сирень в свои владенья
С той стороны зеркального стекла.

Когда настала ночь, была мне милость
Дарована, алтарные врата
Отворены, и в темноте светилась
И медленно клонилась нагота,
И, просыпаясь: "Будь благословенна!" -
Я говорил и знал, что дерзновенно
Мое благословенье: ты спала,
И тронуть веки синевой вселенной
К тебе сирень тянулась со стола,
И синевою тронутые веки
Спокойны были, и рука тепла.

А в хрустале пульсировали реки,
Дымились горы, брезжили моря,
И ты держала сферу на ладони
Хрустальную, и ты спала на троне,
И - боже правый! - ты была моя.
Ты пробудилась и преобразила
Вседневный человеческий словарь,
И речь по горло полнозвучной силой
Наполнилась, и слово ты раскрыло
Свой новый смысл и означало царь.

На свете все преобразилось, даже
Простые вещи - таз, кувшин,- когда
Стояла между нами, как на страже,
Слоистая и твердая вода.

Нас повело неведомо куда.
Пред нами расступались, как миражи,
Построенные чудом города,
Сама ложилась мята нам под ноги,
И птицам с нами было по дороге,
И рыбы подымались по реке,
И небо развернулось пред глазами...
Когда судьба по следу шла за нами,
Как сумасшедший с бритвою в руке.

Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tu svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

27 febbraio 2007

Due Tartari in cucina

Sabato a cena due Tartari mi hanno preparato il plov.
Sono venuti da me una collega, il di lei ragazzo e un di lui amico. La collega è Russa di San Pietroburgo; gli altri due sono Tartari nati nella baškira Ufa (città negli Urali meridionali). Vivevano tutti e tre a San Pietroburgo, prima che la collega venisse a lavorare a Helsinki; il ragazzo e l’amico sono venuti a trovarla per il weekend.
I Tartari appartengono al ceppo turco-mongolo, come dichiarano le fisionomie dei miei ospiti (generazioni di nomadi nella steppa, mandrie di cavalli, il terribile splendore dell’Orda d’Oro) e la loro lingua (vicina al Turco) e sono formalmente mussulmani (ma non molto praticanti: mi hanno chiesto: "come si può non bere e non mangiare maiale?"). Il ragazzo della collega ha un nome che viene da un personaggio di Dumas e mi racconta che il nome tartaro della sorella suona come "acqua rossa", cioè "acqua mischiata con sangue" (nella traduzione dal Tartaro al Russo all’Inglese e all’Italiano si perde qualcosa), perchè è nata il 9 Gennaio, anniversario della domenica di sangue del 9 Gennaio 1905 (giorno in cui l’esercito zarista aprì il fuoco su una folla che portava una petizione a Nicola II, facendo una strage). Anche l’altro Tartaro ha un nome francese, porta quello del rivoluzionario che fu "ucciso da una prostituta" (come mi precisa con orgoglio).
Il plov, secondo quanto ho capito (i due Tartari non parlano bene l’Inglese, ma non mi va di farmi sempre tradurre dalla collega) è un piatto originario dell’Asia centrale ed è molto diffuso in Russia. La tradizione vuole che siano solo gli uomini a prepararlo (e infatti la collega se n’è stata seduta a sfogliare una mia rivista di interior design, sorseggiando un ottimo rosso veneto).
Anch’io ho dato una mano e quindi ho potuto seguire da vicino la preparazione del plov secondo la maniera uzbeka (che dicono essere la migliore): si soffrigge nella pentola un battuto di carote e cipolle (i due Tartari avrebbero voluto usare dell’olio di semi, ma io avevo solo quello d’oliva; gli Uzbeki usano invece grasso di montone), con abbondanza di spicchi d’aglio; poi si aggiunge la carne a tocchetti (ne hanno usata di maiale, sebbene gli Uzbeki preferiscano usarne di montone) e l’uva passa; e infine aggiungono il riso e le spezie (i due Tartari hanno usato solo del curry; mi sarebbe piaciuto avere in casa dello zafferano).
Durante la preparazione (durata un paio d’ore) ci siamo sostenuti con una salsiccia lucana da mezzo metro aromatizzata al peperoncino dolce; abbiamo iniziato la cena con un’insalata (fatta dalla collega) di lattuga, pomodori, cetrioli freschi e aneto e poi siamo passati al plov.
Il plov era molto buono; i miei ospiti mi hanno assicurato che con strumenti acconci e ingredienti appropriati sarebbe venuto molto meglio e mi hanno invitato a provarlo a San Pietroburgo (invito che mi toccherà onorare). Debbo confessare che, essendoci scolata una bottiglia di J&B in tre (la collega ha bevuto soltanto il rosso veneto: una bottiglia e mezzo!) tra la preparazione e la cena, il mio palato non andava tanto per il sottile; dopo cena il ragazzo della collega è andato a stendersi sul divano (i due amici si erano fatti tre o quattro birre prima di venire da me) e io sono rimasto con l’altro Tartaro a finirmi una mezza bottiglia di Beluga (ottima vodka siberiana) che avevo in casa, più qualche bicchierino di limoncello (fatto dai miei genitori), di ouzo (che mi ha portato un amico ateniese di passaggio per Helsinki) e di un liquore lucano al cioccolato e peperoncino.
Alla fine della serata ho chiamato un taxi per i miei ospiti e li ho accompagnati a prenderlo, poi ho avuto solo la forza di tornarmene a casa, salire in camera da letto, sfilarmi i calzoni e crollare incosciente sul letto. Dormito sodo, al mattino mi sono risvegliato freschissimo.
Per tutta la serata i due Tartari mi hanno insegnato le peggiori parolacce russe, ma non me ne ricordo nemmeno una.

7 ottobre 2006

Una splendida donna

Durante uno scalo all'aeroporto di Šeremet'evo (Mosca), alla fine di agosto, osservavo gli altri passeggeri nell'attesa del volo per Helsinki e la mia attenzione è stata catturata da una donna russa di circa trentacinque anni, che era con due bambini.
Il piccolo, avrà avuto due o tre anni, era stanco e nervoso e la madre aveva gran cura a coccolarselo e a mormorargli all'orecchio dolci paroline per calmarlo. La figlia grande, di una decina d'anni, leggeva composta e assorta un manuale di scacchi per bambini (quei grandi liquidi occhi marroni, quel taglio languido della bocca e quelle due lunghe trecce bionde fra non molto causeranno sospiri e desideri a maschi di varie età).
Quella donna mi dava scacco
Era indubbiamente bella. Forse appena qualche anno prima era stata bellissima, come possono esserlo le russe. Ma i due parti avevano lasciato tracce: il seno si era un po' appesantito, mentre i fianchi, forse ora un po' troppo generosi, erano fasciati da un morbido e ampio panneggio. Anche la freschezza del volto era provata dal viaggio.
Eppure non riuscivo a staccare gli occhi da lei.
Nel frattempo da uno schermo era proiettato un video di un'agenzia di viaggi, in cui giovani tenniste russe giocavano a tennis tra i monumenti del mondo. La camera indugiava birichina tra i loro volti deliziosi e tra le loro curve ipnotizzanti; naufragavo nelle divine proporzioni dei loro corpi, m'arrovellavo nel computo del taglio dei loro occhi o delle loro labbra, nella misurazione delle gambe ben plasmate che esplodevano energia di tra lo svolazzar dei gonnellini. Ma, sopravvissuto allo sturbo iniziale, mi rendevo conto di quanta finzione ci fosse nelle giovani tenniste e di quanta realtà ci fosse nella madre che mi sedeva di fronte.
Sebbene m'ispirassero entrambe desideri sessuali, erano desideri differenti: le tenniste incarnavano una passione sterile, la madre un desiderio fecondo; le tenniste incarnavano la bellezza della perfezione formale, la madre la bellezza della fertilità, dell'amore consumato fino in fondo. Le tenniste erano icone bidimensionali, coiti interrotti, maternità rinunciate, la madre è donna perfetta, perchè ha portato a compimento l'amore nella generazione della vita.