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6 settembre 2009

Zuppa di funghi!

Ieri sono venuti a trovarci amici (lui russo, lei bielorussa) da San Pietroburgo.
Ragione del viaggio in Finlandia: giocare a golf e andare a pesca: sono andati a giocare a golf (e si sono fregati una pallina), sono andati a pesca (ma non hanno preso niente); hanno trovato anche il tempo per raccogliere dei funghi, spuntati copiosi in seguito alle "forti precipitazioni dei giorni scorsi".

zuppa_di_funghi_1
Un buon inizio per una zuppa di funghi!
Qualcuno si é messo alacremente al lavoro:

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qualcun altro aveva la scusa della trentaquattresima settimana:

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Nonostante le avversitá, i lavori proseguirono:

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fino al piatto:

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e fino allo stomaco (previo testamento, non si sa mai).
Oltre ai funghi, ci sono patate, carote, foglie di alloro, sale e pepe.
Chiedo venia per la scarsa documentazione iconografico-metodologica, ma ero altrove a leggere un'avvincente storia dell'Unione sovietica (ero all'inizio degli anni '80).
Serata russofona e tedescofona, ma ravvivata dall'introduzione presso i nostri amici dell'italianissimo rum&pera; i nostri amici hanno poi passato in rassegna tutta la nostra rispettabile raccolta di rum, con divagazioni nella grappa, fino al collasso. Er Pinta non avrebbe sfigurato.
Stamattina, sempre in seguito alle "forti precipitazioni dei giorni scorsi", abbiamo trovato questa sorpresina abbarbicata sul telo che copre il grill:

lumaca

23 luglio 2009

In luogo di Pappa Pizza

Come tutti ben sanno la Finlandia é un posto elettrizzante. Dove succedono tantissime cose eccitanti.
Persino nel nostro quartiere.
Tralasciando l'indimenticabile episodio del volpino sfuggito alla padrona, conclusosi con un lieto fine hollywoodiano (dopo un'estenuante ricerca di oltre una mezz'oretta), uno degli avventimenti piú importanti dell'anno é stato sicuramente il trasloco di Pappa Pizza, un'istituzione gastronomica del nostro quartiere mandata avanti da un'audace manipolo di Turchi. Spostatasi Pappa Pizza di un paio di incroci (causa inammissibile rincaro del fitto, sic tradunt), al suo posto é sorto un colosso della ristorazione multiculturale, che s'imporrá presto quale city mark (come lo chiamano gli urbanisti), soprattutto per il suo nome originale: Pizza Point.
Non abbiamo ben capito da dove vengano i gestori, se dal Pakistan o dall'India, dal Bangladesh o dallo Sri Lanka, ma questi sono dettagli, perché qui si parla di cibo e non di passaporti.
E quindi veniamo al menú. Che si compone di ben 7 sezioni.
1) Pizze
2) Indiano (Pollo, Vegetariano, Agnello)
3) Pollo
4) Kebab
5) Falafel
6) Insalate
7) Bevande
Tralasciando le sezioni dalla 2 alla 7, concentriamoci sulla sezione 1: Pizze.
Le combinazioni offerte sono simili a quelle che si trovano in tutte le pizzerie locali. Ritroviamo ad esempio la FRANSESCANA (sic; con kinkku, una pessima imitazione del cotto, e funghi sott'aceto).
Scorrendo il menú scopriamo le combinazioni piú inaudite, creative e geniali, come:
PICCANTIE (sic): kinkku, salame, carne macinata, cipolla e miscela di pepe;
EMPIRE SPECIAL: kinkku, salame, gamberetti, cipolla e tuplajuusto (una pessima imitazione del cheddar);
AMERICANA: kinkku, ananas, aurajuusto (una cattiva imitazione del gorgonzola);
CAPITAL (evoluzione dell'AMERICANA): kinkku, gamberetti, ananas e aurajuusto.
Non manca la scelta di ben tre diverse varianti di KEBAB PIZZA, ma ci manca il cuore per riportare il condimento.
La migliore in assoluto, secondo noi, é la QUATTRO MELONI (kinkku, gamberetti, funghi e asparagi), che pare venga servita congiuntamente da Pamela Anderson e Serena Grandi.

3 maggio 2009

Tallinn? Ancora Tallinn?

Perché non cogliere l'occasione del Primo Maggio per una bella gita fuori porta? (soprattutto in considerazione del fatto che non abbiamo fatto scampagnata alcuna a Pasquetta e che non abbiamo goduto del comandato abbacchio alla scottadito con canoniche patate al forno a Pasqua).
Perché non cogliere, dunque, l'occasione del Primo Maggio per un parziale risarcimento per tradizioni non celebrate?
Perché non andarsene un paio di giorni a Tallinn? (ci si arriva con un'ora e mezzo di catamarano) Perché non poltrirsela in vasche bullicanti, saune e bagni turchi? (circondati da bambini russi che sguazzano onnipotenti nell'acqua, belle madri russe che cercano il getto piú rilassante e padri russi che spizzano lo spizzabile con affettata indifferenza; fossero stati Finni, sarebbero rimasti il pomeriggio a fissare accigliati il loro boccale di birra) Perché non concedersi massaggi e trattamenti vari, inclusa chiacchiera in Russo con la parrucchiera? E dopo, affamati e assetati, non sentirsi meritevoli di un bel bisteccone con patate e birra scura? E per finire un piattone di Kaiserschmarrn (un frittellone con prugne spezzettato e affogato nel puré di mele), incluso sfoggio di Tedesco con il donnone bavarese che ci serviva? E, di nuovo, a pranzo (verso le 5, ché la robusta colazione ci negava l'appetito) un'altra succulenta bistecca al vino con patatone arrosto? E infatti non ci siamo fatti mancare niente di tutto questo! Abbiamo evitato il piú possibile le mandrie di turisti, quest'anno Tedeschi e Svedesi (con questi ultimi che mi sono sembrati un po' coglioni); l'anno scorso solo Inglesi (di solito maleducati). Non mancano i turisti russi, ma ci stanno simpatici (o sono della serie "spettinati & vestiti come capita" o della serie "fashion victims con quell'aria sopra le righe un po' partenopea") e non li evitiamo. Né mancano i turisti finlandesi, ma non evitiamo nemmeno questi, chè sono inevitabili, come la Nemesi. Allego alcune foto fatte dalla nostra camera (16esimo piano).
tallinn_maggio_09_02 tallinn_maggio_09_03 tallinn_maggio_09_01 Sul traghetto, al ritorno, son capitato seduto alle spalle di due giovani donne italiane; presumo turiste a Hki che hanno fatto una scappata a Tallinn, vestite coi piumini invernali, una piú nana dell'altra. Ho ascoltato involontariamente la conversazione telefonica di una di queste con... indovinate un po' con chi? Ma con la mamma! Con chi? La tipa (la piú nana delle due) descriveva con parole di soddisfazione Tallinn alla mammina, solo si aspettava piú negozi (evidentemente non ha considerato negozi le rivendite di alcool, che forse per numero sono seconde solo alle birrerie). Per concludere cito dal menú del nostro albergo (di cui per pietá taccio il nome):

PENNE CARBONARA

sun dried tomatoes, peas, smoked ham, garlic cream sauce

(non traduco per la suddetta pietá).

19 dicembre 2008

Idillio ai Caraibi

Mettete una notte tropicale e una spiaggia bianca. Da un lato le onde si rotolano tranquillamente sulla riva, dall'altro snelle palme da cocco ondeggiano alla brezza caraibica, piú in lá rilucono i ventagli umidi delle tozze palme del viaggiatore. Mettete un piccolo padiglione di legno a pochi metri dal mare, solo lo spazio per un tavolino e due sedie. Le sole luci, le stelle e una candela sul tavolo.

Facciamo un passo indietro.
Il penultimo giorno di vacanza la receptionist (quella piú simpatica) ci chiede di posare per un servizio di pubblicitá del ristorante dell'albergo, The Dolphins, piú tardi, verso le sei sei e mezzo (in Finlandia non sarebbe possibile: ti direbbero alle sei o alle sei e mezzo e tu dovresti essere lí alle cinque e cinquantanove o alle sei e ventinove). Fate qualche foto, vi offrono un drink e in un'ora un'ora e mezzo siete liberi.
Il giorno dopo andiamo al ristorante all'ora indicata. Ci siamo messi in ghingheri. Arriviamo e cominciano a servirci da bere i loro ottimi cocktails (comincio con un rum punch e poi mi dirigo verso uno spettacolare cuba libre). Arrivano altri ospiti dell'albergo per la stessa cagione. Scopriamo che non si tratta di foto, ma di un vero e proprio commercial, un filmato di trenta secondi che andrá in onda sulla televisione commerciale di St. Lucia (seguitissima, soprattutto da chi vuole investire nel mattone caraibico).
Arrivano le attrezzature per le riprese, arrivano la truccatrice, l'operatore e l'uomo di fatica, arriva il regista, un nanerottolo di Marsiglia dai tratti mongoli. E arriva l'aiuto regista, rasta di St. Lucia, a dirci che saremo i protagonisti dello spot! Mentre gli altri ospiti appariranno solo in sottofondo, sbocconcellando o sbevazzando, noi sosterremo le tre scene dello spot: l'ingresso al ristorante, la degustazione delle prelibatezze e, da ultimo, il drink nella red room.
Il regista é un tipo pignolo, ci fa cambiare camicia, dirige con febbrile eccitazione. Proviamo e riproviamo la scena dell'arrivo, dove una cameriera ci invita ad entrare e controlla i nostri nomi sul registro delle prenotazioni. Il regista non é soddisfatto, consumiamo i quattro gradini dell'ingresso. Finalmente il regista capisce che la scena non puó essere perfetta perché un semplice vaso la intralcia. Con febbrile eccitazione cerca di spostare il vaso, ma gliene rimane in mano un lembo mentre il resto frana su un altro vaso (innocente) che gli stava dietro. Con un colpo sbreccia un vaso e ne sfascia un altro. Tutti si sganasciano dalle risate, a parte la troupe, la manager del ristorante e il sottoscritto. Il regista, con febbrile eccitazione, non batte ciglio. Riprendiamo a girare. E alla fine, la prima scena é fatta.
Ci spostiamo ai tavoli, dove gli altri ospiti hanno giá preso posto e cominciato a scolarsi cocktails su cocktails (tutti gentilmente offerti e altrettanto gentilmente scroccati). Il regista, con febbrile eccitazione, sistema con cura maniale il nostro tavolo, riposiziona quaranta volte sale e pepe, fa e disfa la tenda una ventina di volte, aggiusta la tovaglia, i tovaglioli. Ho temuto che cominciasse pure a pettinarmi.
Portano da mangiare. A me danno un piatto di agnello panato (lo devo considerare una prelibatezza?) e a Lidia l'aragosta. Ma non possiamo mangiare, ci sono le riprese da fare. Ma le riprese non sono perfette, bisogna spostare un filo e il regista, con febbrile eccitazione, tira via il filo. Peccato che all'altro capo del filo ci fosse una lampada dell'attrezzatura. La lampada si sfracella sul pavimento sotto le risate di tutti. La troupe, la manager e io non ridiamo. Il regista, con febbrile eccitazione, non batte ciglio.
Finalmente arriva il nostro turno di girare la scena della degustazione. Peccato che ormai il cibo sia freddo. Il regista sa che non c'é tempo da perdere e impedisce che il cibo sia riscaldato. Lidia ed io dobbiamo fingere una romantica conversazione e deliziarci di quella roba fredda. La parte divertente é che nel fingere la romantica conversazione diciamo le peggiori cazzate in assoluto e poi assaporiamo quella roba fredda con sguardi al cielo e battiti di ciglia. A forza di provare e riprovare, praticamente ci siamo mangiati mezza cena (fredda). Quando il regista, con febbrile eccitazione, é soddisfatto, ci riscaldano quello che resta e che lo finiamo in santa pace.
Poi la serata si allunga troppo. Il regista perde progressivamente il rispetto degli ospiti, sebbene non abbia sfasciato piú nulla; anzi, gli ospiti stufi cominciano ad andarsene. Alla fine rimarremo solo Lidia ed io a girare in quattro e quattr'otto l'ultima scena, quella del drink nella red room, bevendo un buon caffé.
La manager del ristorante, per scusarsi del disturbo e per averci tenuti occupati tutta la serata (si sono fatte le undici) ci offre una cena a spese del ristorante nel padiglione di cui sopra, che é usato solo per le cerimonie di nozze.

Il cerchio si chiude. Torniamo al piccolo padiglione in riva al mare.
Il tavolo decorato con fiori é apparecchiato. A lato un carrellino porta vino bianco e rosso. Un piccolo menú con i nostri nomi é posato davanti a noi.
Tutto é perfetto. I due camerieri sono impeccabili, senza essere algidi. La cena é buona, ci servono foie gras, zuppa di funghi, mahi mahi (un pesce locale) e arance ripiene di mousse all'arancia.
Il modo migliore per celebrare l'ultima sera della vacanza.

12 dicembre 2008

Vacanze ai Caraibi: due approcci diversi - 2

Eppure c'é chi ha preso il pacchetto tutto incluso!
Che significa: colazione pranzo cena e drinks sempre e comunque in albergo.
Detto cosí pare un'idiozia, sapendo che lí fuori c'é un ben di Dio di ristoranti e locali!
Eppure c'é gente che non mette mai il naso fuori dall'albergo! Che riduce la vacanza a far la spola tra la spiaggia e il baretto dell'hotel (soprattutto i turisti inglesi li ho visti applicarsi con costanza alla frequentazione dei baretti e mantenere ininterrrotta la sbronza per tutto il soggiorno).
Ma per quanto possano variare i ristoranti degli alberghi, la scelta non sará mai comparabile con quella dei 2 km di Reduit Beach Avenue!
E qui scatta il paletto culturale. La maggior parte dei turisti non ha il palato viziato come noi Italiani. Per loro, mangiare una porzione di mahi-mahi con salsette creole e platani fritti oppure agnello panato e verdure au gratin non fa differenza. É tutto esotico, é tutto fico, pure le verdure au gratin (quando poi sentono la nostalgia di casa, si fanno una bella bistecca affogata in una pozza di disgustosa salsa barbecue e nascosta da una valanga di patatine fritte).
Noi Italiani invece ci focalizziamo troppo sul cibo e gli diamo un'importanza che talvolta rasenta il ridicolo (e non lo dico per snobismo e so bene quando da noi la socialitá e il mangiare siano collegati).
Quello che voglio dire é che la maggior parte dei turisti (e a St. Lucia vengono quasi tutti da USA, Canada e UK) non apprezza la possibilitá di una ricca scelta gastronomica.
Per farla breve, l'all inclusive a Reduit Beach é una gran cazzata, perché ti privi di tanta scoperte interessanti.
Quello che sanno fare ovunque, abbiamo notato, sono i cocktails. Ovunque ne abbiamo bevuto, erano sempre strabilianti. E non parlo solo di creazioni complicate. Anche un semplice rum e coca te lo facevano diventare un'esperienza al limite dell'estasi.
Il ristorante che ci é piaciuto piú di tutti é stato il Ti Bananne (ristorante del Coco Palm Resort). Ci abbiamo mangiato ben tre volte: due volte al buffet e una volta á la carte. Fa cucina creola, che é una specie di figliastra della cucina francese fortemente caratterizzata dalle materie prime caraibiche. Usano spesso una salsa al pomodoro piccantina (simile alla nostra, ma meno legata e meno forte per non coprire troppo i sapori), la usano addirittura sul pesce e sull'aragosta (per noi Italiani é strano, perché il pesce siamo abituati a mangiarlo praticamente cosí com'é, se non aggiungendo sale e limone; la tanto vantata aragosta con salsa creola al pomodero mi ha un po' deluso, rimpiango le semplici insalate di aragosta e melone verde che mangiavamo in Malesia dal cantonese Pak Su). Porzioni sufficienti. Dolci divini.
Ci é piaciuto anche il ristorante indiano Razmataz, ha retto bene il paragone con l'Amrit di Berlino e il Namaskaar di Hki.
Da Rituals Coffee (clone di Robert's Coffee) facevano un ottimo caffé. Da Nougatine abbiamo mangiato ottime paste (dolci e salate) e bevuto il tipico té al cioccolato di St. Lucia (fatto con farina di cacao aromatizzata con chiodi di garofano, noce moscata e cinnamomo e servito con un bastoncino di vaniglia).
E da ultimo, sulla strada per Castries, la capitale, c'era il banchetto del cocco fresco. Nostra meta fissa per la colazione (due cocchi freschi a capoccia).

fresh coconut
Quand'é che l'all inclusive conviene? Quando scegli un resort isolato, come l'East Winds Inn (ci é piaciuto molto e ce ne ha parlato molto bene una coppia d'Inglesi conosciuta in gita): spiaggia privata, nessuno che ti rompe le palle, ma ti serve la macchina a nolo (o il taxi) se vuoi andartene a cercare guai altrove.

27 febbraio 2007

Due Tartari in cucina

Sabato a cena due Tartari mi hanno preparato il plov.
Sono venuti da me una collega, il di lei ragazzo e un di lui amico. La collega è Russa di San Pietroburgo; gli altri due sono Tartari nati nella baškira Ufa (città negli Urali meridionali). Vivevano tutti e tre a San Pietroburgo, prima che la collega venisse a lavorare a Helsinki; il ragazzo e l’amico sono venuti a trovarla per il weekend.
I Tartari appartengono al ceppo turco-mongolo, come dichiarano le fisionomie dei miei ospiti (generazioni di nomadi nella steppa, mandrie di cavalli, il terribile splendore dell’Orda d’Oro) e la loro lingua (vicina al Turco) e sono formalmente mussulmani (ma non molto praticanti: mi hanno chiesto: "come si può non bere e non mangiare maiale?"). Il ragazzo della collega ha un nome che viene da un personaggio di Dumas e mi racconta che il nome tartaro della sorella suona come "acqua rossa", cioè "acqua mischiata con sangue" (nella traduzione dal Tartaro al Russo all’Inglese e all’Italiano si perde qualcosa), perchè è nata il 9 Gennaio, anniversario della domenica di sangue del 9 Gennaio 1905 (giorno in cui l’esercito zarista aprì il fuoco su una folla che portava una petizione a Nicola II, facendo una strage). Anche l’altro Tartaro ha un nome francese, porta quello del rivoluzionario che fu "ucciso da una prostituta" (come mi precisa con orgoglio).
Il plov, secondo quanto ho capito (i due Tartari non parlano bene l’Inglese, ma non mi va di farmi sempre tradurre dalla collega) è un piatto originario dell’Asia centrale ed è molto diffuso in Russia. La tradizione vuole che siano solo gli uomini a prepararlo (e infatti la collega se n’è stata seduta a sfogliare una mia rivista di interior design, sorseggiando un ottimo rosso veneto).
Anch’io ho dato una mano e quindi ho potuto seguire da vicino la preparazione del plov secondo la maniera uzbeka (che dicono essere la migliore): si soffrigge nella pentola un battuto di carote e cipolle (i due Tartari avrebbero voluto usare dell’olio di semi, ma io avevo solo quello d’oliva; gli Uzbeki usano invece grasso di montone), con abbondanza di spicchi d’aglio; poi si aggiunge la carne a tocchetti (ne hanno usata di maiale, sebbene gli Uzbeki preferiscano usarne di montone) e l’uva passa; e infine aggiungono il riso e le spezie (i due Tartari hanno usato solo del curry; mi sarebbe piaciuto avere in casa dello zafferano).
Durante la preparazione (durata un paio d’ore) ci siamo sostenuti con una salsiccia lucana da mezzo metro aromatizzata al peperoncino dolce; abbiamo iniziato la cena con un’insalata (fatta dalla collega) di lattuga, pomodori, cetrioli freschi e aneto e poi siamo passati al plov.
Il plov era molto buono; i miei ospiti mi hanno assicurato che con strumenti acconci e ingredienti appropriati sarebbe venuto molto meglio e mi hanno invitato a provarlo a San Pietroburgo (invito che mi toccherà onorare). Debbo confessare che, essendoci scolata una bottiglia di J&B in tre (la collega ha bevuto soltanto il rosso veneto: una bottiglia e mezzo!) tra la preparazione e la cena, il mio palato non andava tanto per il sottile; dopo cena il ragazzo della collega è andato a stendersi sul divano (i due amici si erano fatti tre o quattro birre prima di venire da me) e io sono rimasto con l’altro Tartaro a finirmi una mezza bottiglia di Beluga (ottima vodka siberiana) che avevo in casa, più qualche bicchierino di limoncello (fatto dai miei genitori), di ouzo (che mi ha portato un amico ateniese di passaggio per Helsinki) e di un liquore lucano al cioccolato e peperoncino.
Alla fine della serata ho chiamato un taxi per i miei ospiti e li ho accompagnati a prenderlo, poi ho avuto solo la forza di tornarmene a casa, salire in camera da letto, sfilarmi i calzoni e crollare incosciente sul letto. Dormito sodo, al mattino mi sono risvegliato freschissimo.
Per tutta la serata i due Tartari mi hanno insegnato le peggiori parolacce russe, ma non me ne ricordo nemmeno una.