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26 novembre 2009

L'arte di saper ascoltare - 2

Non rimpiango niente della mia vita a Roma. Non nel senso sociale e politico che l'Italia sia un medioevo oscurantista clerico-fascista berlusconiano, mentre la Finlandia l'evo moderno il progresso la civiltá ecc. Penso invece di vivere al di lá del limes, nella barbarie di un mondo ancora acerbo e troppo giovane, un mondo che non ha ancora trovato un equilibrio in senso storico e che é necessariamente incivile (e con "incivile" intendo la mancanza di affinamento astrattivo che invece é propria della civiltá urbana europea; per dirla con termini della scolastica: in Finlandia gli "universalia" sono soltanto probabilmente "ante rem" e sicuramente "in re" e non giá anche "post rem" come nella civiltá europea, nella sintesi proposta da Alberto Magno e san Tommaso; per dirla in parole povere la Finlandia é "parla come magni", anzi, "parla come bevi" e le sono estranee le fantasie rappresentative, le seghe mentali e gli spiriti contemplativi come il mio).
La mia mancanza di rimpianti di cui sopra é tutta personale. E non é il tema di questo post. Ma pe sbajo c'entra perché é l'oggetto di uno dei pochi rimpianti romani che ho, cioé le mie conversazioni cor Pinta.
Un lettore pignolo mi chiederebbe: ma come, titoli "l'arte del saper ascoltare" e poi vuoi parlarci di conversazioni? E non avrebbe torto, almeno filologicamente, a ravvisare la contraddizione. Basterebbe peró conoscere er Pinta per non trovare alcuna contraddizione.

La notte romana puó essere molto generosa, nonostante l'umiditá e le zanzare, nonostante il chiasso volgare degli open bar e le scimmie dei casting, nonostante le parabole, le city car e le suonerie dei cellulari, nonostante gli abbrutiti dal cocco, i perennemente incazzati di sinistra, le fatalone stivalate, le checche sguaiate e gli stundentelli che pensano basti una birretta per fare Bohème; la notte romana offre sempre un buen retiro per quegli spiriti inquieti che non sanno stare a casa a guardare il GF, che evitano il carnaio yankee di Trastevere e il pendolare scopereccio tra Campo de' fiori e piazza Navona; la notte romana ha sempre in serbo un angolo dimenticato dove le gattare lasciano il piatto, dove la luce della luna cola sul tronco smozzicato di una colonna che poggia la sua ombra su un vecchio muro spanciato, un cantuccio buio dove chi passa si accende una paja per farsi coraggio, dove gira una miccia o scatta una pisciata, dove trova la veloce intimitá di un bacio una coppia che non durerá fino all'alba.
Er Pinta e io avevamo trovato uno di questi posti: una scalinata consumata vicino ad un baretto irlandese dalle parti di san Pietro in vincoli, un'enclave di tranquillitá in mezzo alla caciara. D'estate, col culo sui gradini, una pinta e una miccia, e poi ancora una pinta e una miccia, e un pacchetto morbido di Diana rosse: consumavamo la notte in chiacchiere (d'inverno vagavamo senza bussola, decisi a non arrenderci all'italica noia).
Er Pinta mi faceva confidente delle sue pene d'amore; oppure proponeva spunti dalle cronache politiche, ma si finiva sempre a mandarci reciprocamente affanculo (lui e io antipodali per quanto riguarda politica e religione), ma mai con rancore; altre volte si cazzeggiava senza un argomento preciso. In quest'ultimo caso er Pinta dava il meglio di sé come oratore e io, incidentalmente, il meglio di me come ascoltatore: er Pinta riusciva a tener banco (e a tenermi sveglio) per ore, non chiedendo in cambio niente, se non da parte mia qualche intercalare di circostanza (tipo: ammazza, ma dai!, teribbile). Er Pinta parlava a marea e tra onde e risacca il suo vocione ipnotico e un po' rauco mi cullava e io, a mo' di ciuccio, fumavo una sigaretta dopo l'altra, godendomele intensamente respiro per respiro (e chi fuma o ha fumato sa cosa voglio dire). Er Pinta ogni volta mi raccontava di amici in comune, di conoscenti e parenti suoi, ma non erano pettegolezzi: era la vita spiegata a puntate.

21 novembre 2009

L'arte del saper ascoltare - 1

Approfitto del santo (e spero perdurante) sonno della bimba.

Anni fa, a una festa a Hki in casa d'Italiani, conobbi un tale, Ligure se non erro, dottorato in Fisica e impiegato presso l'Istituto meteorologico finlandese (o come diavolo si chiama).
Credo di essere in generale un ottimo compagno di chiacchiera, nel senso che lascio la gente parlare perché so ascoltare e mi piace ascoltare; spesso assumo volutamente un ruolo passivo nella conversazione per dar modo al mio interlocutore di sentirsi piú forte e sicuro e lasciarsi andare a ruota libera, fino a sbrodolarsi e rendersi ridicolo se necessario (talvolta, quanto il mio interlocutore é timido, ottengo lo stesso con un paio di domande a bruciapelo; talvolta invece nisba).
Lasciai parlare il Ligure perché fin da subito mi pareva personaggio pieno di sé e quindi potenzialmente gravido di baggianate, fesserie e meschineria. Non mi sbagliavo.
All'inizio, saputo che ero ingegnere e stimandomi uno sfigato insignificante, inizió a fare ironia proprio sulla professione dell'ingegnere, paragonandolo ad un'instancabile formichina tutta presa dalle sue semplici e innumerevoli formulette, mentre lui, PhD in Fisica, mandava palloni per le nuvole e si districava tra complessi algoritmi (sottintendendoli incomprensibili a noi ingegneri). Questo cocktail di presupponenza, pregiudizio e cattivo gusto mi deliziava.
Sorrisi come per dargli ragione e lui ne trasse coraggio per continuare a vantare la sua superioritá intellettuale.
Alla fine della conversazione, a statuire che la sua non era una vita, ma una missione o a enunciare persino la sua superioritá morale (fate voi), mi confessó che viveva in un monolocale di 20 mq a Ruoholahti (un alienante quartiere sorto tra il porto occidentale e il centro), che durante il fine settimana l'angustia dello spazio lo soffocava e che era costretto a uscire pure se fuori faceva -20.
Sorrisi ancora, come per dargli conforto. Io giá allora vivevo in questa casetta di 90 mq con sauna e giardinetto e immersa nel verde.

Prossima puntata: le mie conversazioni cor Pinta.

6 febbraio 2009

Di furgoni e passeggiate

Ieri al corso di Russo l'insegnante ci spiegava il significato della parola увлечение (uvlečenie, passione). Ad esempio, mi fa, se tu hai uvlečenie per le belle macchine, ti compri: Ferrari, Ducato... E una delle signore-madri la interrompe aggiungendo: Iaguár (pronuncia russa).
Al sentire Ducato, ho sorriso: certo l'insegnante voleva dire Ducati la moto, e non Ducato il furgone! fiat_ducato
Lí per lí non ci ho badato troppo ed ho continuato a seguire la lezione, ma dopo cinque minuti mi é venuto in mente un garage strafico con una Ferrari, una Lamborghini, una Rolls-Royce, una Iaguár... e un Ducato!
E sono sbottato a ridere. Cosí, di punto in bianco.
L'insegnante, piacevolmente impressa dallo scoppio d'ilaritá, me ne ha chiesto la ragione e quando ha capito che il busillis era l'aver scambiato la Ducati per il Ducato é diventata tutta rossa, nonostante la sollevassi d'ogni responsabilitá per l'oggettiva somiglianza tra Ducati e Ducato.
Dopo il russkij urok, la lezione di Russo, ho un'oretta di buco (come si diceva ai tempi della scuola e dell'uni) dalle sei alle sette, prima che cominci il Deutschkurs.

Di solito, ai tempi dell'uni, l'oretta di buco era l'ideale per una chiacchiera, qualche sigaretta e un caffé (con panna, se girava bene); talvolta questo miscuglio di chiacchiera, sigaretta e caffé consumato ai tavolini del Bar dello Studente (con vista sul Colosseo, mica pizza e fichi!) era cosí avvincente (complice la compagnia di spiriti sopraffini quali er Pinta, er Centallóra, er Tallone e le Quotate Flautiste e galeotto il clima mite romano) che il buco si allargava fino ad inghiottire la lezione successiva, ma questa é un'altra storia!

Eravamo rimasti con questo buco di un'oretta, piacevole chance per un pigro vagolare flâneur.
Meno male che finora il tempo é stato clemente!
Siccome a Hki (e nel resto del granducato) i negozi chiudono alle sei, a parte parrucchieri e supermercati, nel mio passeggiare mi debbo accontentare di vetrine cupamente illuminate, degli sguardi assenti delle sciampiste che frizionano capoccioni di tutte le taglie e del via vai di larve schive con buste della spesa sbiadite. Incontro spesso cani portati a spasso da diafani figuri, mi accorgo all'ultimo istante di gruppi di bambini che giocano nella neve nel piú assoluto silenzio, sorvegliati da genitori mimetizzati nel buio. Dall'odore improvvismo di sigaretta intuisco che mi sta passando vicino qualcuno che fuma.
Sfilano le criniere gialle di stivalate di mezz'etá tutte tacchi e forza, sfilano biondine ricche di modernitá e di giovinezza, maschietti concentrati sulla playlist o sulla frangetta e vecchi professionisti impenetrabili intabarrati disseminatori di figli. Sono a Töölö, zona signorile, quasi europea, e non battuta dalle schiere brute degli alcolizzati.
Incrocio soprattutto donne e non perché l'occhio vede/cerca quello che gli piace, ma perché gli uomini finlandesi campano nel cono d'ombra delle donne finlandesi.
Solo soletto passeggio ruminando i miei pensieri.
Finché il tempo regge.
Quando arriverá il freddo passeró l'oretta di buco leggendo su un divano del centro culturale russo.

27 gennaio 2009

Fiati

British AirwaysDurante il volo per St. Lucia, lo scorso novembre, sedeva alla mia sinistra una donna estremo-orientale. Sui trenta e molto minuta.
Vestiva il canonico revival anni '80 e portava in testa tanta lacca da ridurre l'ozono a una groviera. Era cosí preoccupata della sua voluminosa criniera nera che non passavano trenta secondi che non se la rinfoltisse con una bella passata di mano.
Dopo cinque minuti di volo, devastata dalla lettura della rivista delle Britsh Airways, si é attaccata al suo i-Pod per le restanti otto ore di volo e per le restanti otto ore di volo si é dimenata come fosse in discoteca, fortuna che era una scricciolo. Non paga, ha bevuto di tutto, mischiando birra, whisky e gin tonic e non mi ricordo che altro. Normale che dopo un po' non fosse neanche piú capace di versarsi il vino nel bicchiere.
Fin qui la cosa non mi toccava per niente: ero immerso nella lettura dei Simboli di scienza sacra del Guénon (Adelphi) e nell'analisi delle Tentazioni di sant'Antonio di Bosch del Fraenger (Abscondita). Quello che era insopportabile era quanto scricciolo estremo-orientale puzzasse d'alcool, praticamente come una qualsiasi strada di Helsinki. E quello che mi mandava in bestia era quel suo continuo rifarsi il trucco e risistemarsi la criniera nonostante il fiato d'alcool!
AeroflotA questo punto, non posso fare a meno di ricordare quell'omone russo che mi capitó vicino su un volo per Mosca di ritorno dalla Siberia qualche anno fa. Era veramente un armadio, una montagna, saranno stati un paio di metri e almeno centocinquanta chili.
Non so come c'entrasse, ma stava seduto alla mia sinistra; le sue braccia esondavano sugli esili braccioli dell'Aeroflot e a me non rimaneva altra scelta che mettere il mio braccio direttamente sopra il suo. Lui non pareva gradire molto, ma dopo un po' si é addormentato come un macigno.
Siccome mi sovrastava, il suo respiro mi giungeva dall'alto. Fragranze di carne, cipolla e vodka. E io non riuscivo a trovare una posizione dove non mi arrivasse quel bouquet! A destra, a sinistra, in avanti, indietro: NIENTE! Provai a respirare secondo il suo respiro: inspiravo tra le sue inspirazione ed espirazione; funzionava, ma avendo quello i polmoni due volte i miei il suo respiro aveva un ritmo che io non potevo tenere.
Sono arrivato a Mosca che ero uno straccio.

13 gennaio 2009

L'odore della cartiera

Sono uscito a comprare il pane per il pranzo (panino con salmone fresco marinato in sale e zucchero e fettine di cetriolo fresco e insalata di cavolo e carote crudi marinati in aceto e aglio).
Giornata plumbea, deprimente.
Tornando dal supermercato ho sentito a un'incrocio un'odore dolciastro, simile al puzzo di cartiera che si respirava a Oulu.
A Oulu (150 km a Sud del circolo polare artico) ho passato l'estate del 2002 e l'autunno del 2003 come exchange student (in mezzo, il servizio militare).
Arrivai la prima volta a Oulu all'inizio di Aprile. La topografia era irriconoscibile sotto montagne di neve, il mondo era come un'oscura pentola scoperchiata in cui un dio crudele avesse versato luce opaca e bluastra. Il fetore dolciastro della cartiera s'impastava al respiro, agli abiti, ti aspettava a casa quando tornavi, ti aspettava fuori quando uscivi per scortarti ovunque volessi andare.
Allora avevo giá viaggiato: Iran (estate '92), Malesia (estati '95 e '96) e vari interrail, soprattutto quello memorabile del 2000 durato un mese (in compagnia der Pinta), ma erano stati viaggi con la famiglia o di vacanza con gli amici. Il soggiorno di studio a Oulu era qualcosa di diverso. E vi arrivavo pieno dell'ingenuitá e dei pregiudizi di chi ha viaggiato poco o niente.
Rido di chi si vanta di non avere pregiudizi (molto probabilmente non ha mai alzato il culo dalla poltrona del salotto o non si é mai trovato a che fare con mondi differenti). La vera intelligenza sta nel conoscere i propri limiti e nel regolarsi di conseguenza.
Ora, dopo quattro anni di Granducato e altri viaggi in Siberia ed Europa (e altre lingue apprese), conosco me stesso molto meglio (e i miei limiti; o almeno alcuni dei quali) e so cosa voglio.
Per trovare se stessi non c'é bisogno di arrampicarsi sulle montagne dell'Himalaya, non c'é davvero bisogno di andare tanto lontano. Basta non considerarsi lo (0;0;0), l'origine del sistema di riferimento: cioé rinunciare all'egosimo. Certo che vedersi da fuori (dall'estero) aiuta un sacco.
La rinuncia all'egoismo non é cosa poi tanto lontana dalla docta ignorantia di Cusano. É un continuo in fieri, un working progress, una via da percorrere. Una Via (centripeta ascendente) che porta alla Veritá e alla Vita. Al Senso della Vita.
E certo é una via rivelata. Inaccessibile alla sola natura umana perché imperfetta.
C'é bisogno di un Maestro.
Accettare il Mistero (anche questo é rinuncia all'egoismo).

3 ottobre 2008

Viaggio e viaggio nel viaggio

Siamo di nuovo in partenza: oggi pomeriggio saremo a Berlino. Cercheremo di concentrare lo shopping necessario entro oggi, per poterci dedicare Sabato ad una lunga giornata a zonzo senza programmi.
Domenica voleremo a Roma per partecipare al matrimonio di un amico d'infanzia. Ho preparato un epitalamio per l'occasione. Domenica sera torneremo a Berlino e Lunedí mattina di nuovo a Hki.
Due parole sul mio amico d'infanzia.
Le nostre madri erano compagne di scuola. Abitavamo in due palazzine contigue del Quadraro. Ci parlavamo (urlavamo) spesso dal balcone.
Abbiamo fatto l'asilo e le elementari insieme, in una scuola presso l'Acquedotto Felice (il nome di Felice deriva dal nome di Sisto V prima che diventasse papa, Felice Peretti). Passavamo spesso i pomeriggi a giocare a casa mia o sua. Abbiamo combattutto memorabili battaglia con soldatini, Lego e Playmobil. Ai nostri giochi era ammesso suo fratello, di un anno piú piccolo, ma non il mio (a quell'etá i quattro anni e mezzo che ci dividono erano incolmabili).
La famiglia dei miei amici si trasferisce in Belgio, in una base NATO, sono figli di un militare. Fanno in Belgio le superiori e tornano a Roma per studiare in una prestigiosa universitá privata.
Il fratello maggiore fa un'esperienza di lavoro in America. L'America gli piace e ci rimane a lavorare e a studiare. Fa un master in relazioni internazionali a Georgetown. Prende persino la cittadinanza americana. Ma il cuore l'ha lasciato a Roma. Dove c'é la sua ragazza e la loro figlia.
Si sposano Domenica.
Il fratello minore sta facendo una brillante carriera a Parigi.
E io in Finlandia (per ora).
Ne abbiamo fatta di strada dai tempi dell'Acquedotto Felice.

Er Ciáina sfoggia una bella maglia bianca. E solo da una settimana.
Presumo che la porterá come minimo altre due.

Spesso lo sento parlare con uno dei nostri Coreani. Er Ciáina assume toni solonici. Entrambi si lamentano della solitudine.
Certo, se er Ciáina cominciasse a portare maglie e camicie uno o due giorni invece che due o tre settimane e cominciasse a non lasciare mortali scie d'aglio ovunque passi, forse, dico forse, potrebbe lamentarsi meno della solitudine.

30 settembre 2008

Weekend a Roma - 3 il party

Sabato sera cena da Michela, come da programma.
Tre le delizie: 1) gli antipasti fritti e la pizza; 2) la conversazione con gli amici; 3) l'ambiente, i camerieri, i clienti.
Devo spiegare cos'é un supplí? un fiore di zucca fritto? un'oliva ascolana? un filetto di baccalá? una bella pizza romana fina fina e scrocchiarella con funghi e salsicce sopra?
Mi son goduto la chiacchiera cor Pinta e donna (ho lasciato moglie e Polacchi al loro destino, fortunatamente er Cento-all-ora aveva portato un'amica che parla Inglese). A pensarci bene non mi ricordo di cosa abbia parlato cor Pinta: mi pare del suo lavoro, della magnata che si sono fatti a pranzo; mi sono accorto che cominciavo la metá della mie frasi con "a Berlino...". Quello che ci siamo detti (urlati, per essere onesti, perché da Michela c'é sempre un casino "clamoroso" -pleonasmo tipicamente pintiano) alla fine ha poca importanza, quel che conta era il piacere di stare insieme, che era il vero senso intimo delle nostre parole. Non sono mancate rievocazioni di personaggi universitari, di sbronze e di debolezze d'intestino.
Dopo cena e dopo la mezz'oretta abbondante che abbiamo impiegato per salutarci davanti la pizzeria, abbiamo lasciato i Polacchi in albergo, ho lasciato L. stanca a casa e sono andato al party di compleanno della mia amica G.
Arrivo verso l'una, a furori sbolliti, la gente comincia giá ad andarsene. Ho con me un litro di vodka finlandese e per la festeggiata una bottiglia di champagne e la guida automobilistica di Francia del '50 (comprata la mattina).
Al citofono il mio nome non dice nulla, ma per qualche oscura ragione mi aprono e mi fanno pure la grazia di suggermi il piano (come non lo sapessi!).
Entro e la prima impressione é quella di trovarmi alla matinée a casa Guermantes ne Il tempo ritrovato. All'arrivo in casa Guermantes il Narratore aveva l'impressione di trovarsi ad una festa in maschera, gli sembrava che i suoi amici si fossero travestiti da vecchi, lui mancava da anni per essere stato in una casa di cura.
Mi spiace scomodare Proust, ma ci sono molti punti di contatto tra la sua storia e la mia: anch'io vengo da alcuni anni di permanenza in quel sanatorio per malati di mente che é la Finlandia e anche a me la prima impressione é stata il constatare quanto fosse invecchiata gente che non vedevo da quattro o cinque anni. Alcune che avevo lasciato ragazze le ritrovavo donne giá semi-sfiorite.
Solo tre persone sono rimaste le stesse, anzi sono migliorate in bellezza ed eleganza (anche dai Guermantes c'é Odette ancora bella, giovane ed elegante). La padrona di casa G, la sua amica L e l'amico attore S.
S é alto, ha una camicia lillá e la barba da dio greco (sicuramente seduce moltitudini di semidei); L ha sempre quell'aria fresca e ingenua e quella lieve malinconia degli occhi e nella voce; G sprizza gaiezza da tutti i pori, ma con una classe, che di questi tempi volgari pochi sanno apprezzare, e con intelligente luciditá (nonostante i drinks).
Ho scambiato qualche parola con un giovane funzionario del ministero degli Esteri (l'ultima volta che l'ho visto era appena laureato e preparava angosciato concorsi). Mi ha ricordato d'istinto il Carlo Valletti protagonista del pasoliniano Petrolio. In realtá Pasolini descrive Carlo alto, magro, dedito a notti selvagge con venti borgatari alla volta e pieno di nostalgia per il cazzo di Carmelo, mentre il mio amico é basso e di quella rotonditá asessuata e pretesca da cattocomunista (ignoro se vagheggi cazzi). Eppure mi paiono molto simili (forse e soprattutto assomiglia al Carlo-donna o ancora di piú al Carlo-santo castrato al culmine del cursus honorum).
Altro incontro croccante é stato con il piú figo della festa (che aveva al seguito un amico NECESSARIAMENTE non figo, ma devoto).
Ora, io non sono mai stato un figo (in Italia dico, qui in Finlandia gli indigeni sono talmente non-fighi e ineleganti che per essere fighi basta sfoggiare una felpa Baci & Abbracci) anche perché l'esser fighi é una qualitá che non é intrinseca alla persona, ma dipende dal consenso altrui, per cui gran parte dell'esser fighi é generalmente quella di saper interpretare gli standard vigenti (le uniche categorie intellegibili alla "gente"), cioé in soldoni seguire le mode. E se permettete preferisco farmi apprezzare da pochi per quel che sono piuttosto che beneficiare del superficiale plauso generale per quanto sono bravo a seguire la moda.
Insomma, incontro il piú figo della festa con l'amico devoto al seguito (amico che spera nutrirsi delle briciole che cadono dal tavolo del piú figo) proprio vicino al reparto bevande; il vino era praticamente giá finito al mio arrivo e il mio rifornimento di vodka ha dato una notevole accelerata alla festa (di per sé molto sobria).
Nel frattempo qualcuno aveva riesumato il titolo di ingegnere-poeta affibbiatomi per versi scritti anni fa, titolo che serpeggiava nelle conversazioni.
Insomma, il piú figo della festa mentre beve la mia vodka finlandese si trova davanti l'ingegnere-poeta e mi chiede se la vodka l'abbia portata io.
Di solito quando due uomini s'incontrano per la prima volta combattono un veloce duello fatto di sguardi e parole per determinare il piú presto possibile di chi sia la supremazia (si compete maxime in successo professionale e personale). Anche l'incontro del piú figo della festa con l'ingegnere-poeta é stato caratterizzato da questo veloce duello.
Il piú figo della festa, che stupido non é, ha fatto due piú due: ingegnere-poeta (qualunque cosa possa significare), viene dalla Finlandia: questo va trattato con le molle. La sua circospezione ha sconfinato nel rispetto quando gli ho chiesto se per caso fossimo colleghi (mi pareva di aver capito cosí cogliendo brani di una conversazione), lui mi ha dovuto rispondere che é farmacista. Un farmacista del Tiburtino, per quanto ben vestito, per quanto figo, é e rimane un bottegaio (stavolta detto con malizia) e ben poco ha da competere con un ingegnere (poeta) che vive in Finlandia, lasciatemelo dire senza superbia e falsa modestia.
La nostra conversazione si é interrotta lí (continuarla sarebbe stato imbarazzante per il farmacista e poco interessante per me). Non é stata definita la supremazia di nessuno perché lui non avrebbe potuto in nessun caso imporla su me e a me non me ne frega una mazza di imporla su nessuno: sono stati tacitamente concordati non belligeranza e rispetto delle reciproche zone d'influenza; a lungo andare si sarebbe di sicuro scatenato un conflitto, ma certo non durante il breve tempo di una festa (a meno che si fosse in competizione per qualcosa o qualcuna, cosa da escludere per quanto mi riguarda).
C'era qualcosa che non mi convinceva nel farmacista. Sui trentacinque-quaranta ben portati, camicia bianca, elegante giacca blu con pochette (io semplici jeans e camicia nera), mi pareva anche troppo figo per la festa. Sfoggiava una sicurezza un po' irritante (una specie di calma salomonica e sfrontata che gli derivava dal considerarsi figo), ma non osava troppo perché sapeva che piú della giacca elegante (e di quell'aria impettita) poco altro aveva a disposizione. C'era qualcosa che non mi convinceva, dicevo, e alla fine l'ho scoperta! Poco prima di andarmene, il farmacista s'é seduto e ha accavallato la gamba, mostrando uno scarponcino scamosciato verdognolo con un tacco cosí. Primo: sei nano e pure complessato se ti metti un tacco tanto (non c'é niente di male nell'esser bassi, ma ce n'é forse nell'esserne complessati); secondo: la scarpa non c'entra una mazza con la giacca e allora decade l'ipotesi d'eleganza. Avevo capito: il farmacista, il piú figo della festa, non era altro che un ossequioso replicante di modelli televisivi, con la sua giacca blu da mezzobusto da tiggí, non era altro che un farmacista nano travestito da presentatore televisivo. Una gran bolla di sapone. Uno che pensava di "valorizzarsi" mettendosi una giacchetta alla Ricucci, ma alla fin fine stai a venne l'aspirine alle vecchie der Tibburtino.
Dopo le due ci siamo ritrovati seduti in circolo con un nanerottolo ventruto e pelato che ci parlava di riflessologia con lentezza socratica. Il nanerottolo appariva convinto, ci credeva, ma in realtá era solo il buffone del farmacista (nella cui farmacia esercita), che aveva piacere ad esibirlo ed assumeva un'aria tra il manageriale e il paterno. Gli invitati fingevano attenzione con molto garbo.
A me dopo trenta secondi di apologia della riflessologia mi sono scoppiate le palle e sono uscito in terrazzo a godermi la vista sulla basilica di san Giovanni in Laterano. Ci ho trovato un tizio e una Francese ubriaca.
La Francese la conoscevo giá, ha velleitá d'attrice (ero stato in contatto con lei per un mio piccolo monologo, che, essendo in bocca ad una donna belga, era perfetto per la sua erre moscia), ma lei non mi ha riconosciuto subito, marcia com'era (con tre complimenti se la sarebbe rimorchiata pure l'amico devoto del farmacista). Quando mi ha riconosciuto, nota la fede al dito e mi fa, trionfalmente: ti sei sposato! Eh,sí, dico io. E tua moglie? É a casa, era stanca. E lei: sei proprio Italiano! (volendo significare con ció la peggior specie di vigliacco mentitore traditore figlio di ecc.) Io lo prendo come un complimento (meglio passare per maudit che per santo) e ripeto: eh, sí.
Conobbi la Francese a casa di G qualche anno fa. Me la ricordo fasciata in un abito di velluto nero, di una magrezza molto intellettuale e nervosa, con la sigaretta in una mano e un bicchiere di vino bianco nell'altra: mi fece una certa impressione, tant'é vero che la cercai per il monologo (poi non andato in porto). Ora non mi sembrava altro che una segretaria sola, stressata e bulimica. Senza una caccola di fascino, parlava sguaiatamente a voce alta. Non mi ha lasciato altra scelta che tornarmene a casa.

4 settembre 2008

Pioggia e chiacchiere

Non mi ricordo da quanti giorni piova.
Ogni tanto c'é una pausa, di solito quando sono in ufficio o casa. Poi riprende con intensitá maggiore, soprattutto sugli arredi in legno del giardino (che si sono raddoppiati di volume per l'acqua presa).
Stamattina andando al lavoro pioveva a catinelle (a secchiate) e a vento (e non é nemmeno la condizione peggiore: il peggio é la nevicata a vento, meglio se di notte, alla fine dell'inverno e con croste di ghiaccio sparse irregolarmente sull'asfalto; roba che ti devi portare appresso due paia di mutande di ricambio) e non ho potuto resistere alla tentazione di guidare ascoltando la Musica sull'acqua di Händel (avevo il cd in macchina).
Ieri proficua conversazione in ufficio con il Canadese.
Figura infelice, come tutti gli stranieri che sono venuti in Finlandia per la bionda, ha fatto la solita trafila matrimonio-prole-divorzio e ora é condannato a vivere in Finlandia per star vicino a detta prole. Ne ho incontrati a pacchi come lui: aspettano che i figli arrivino a 18 anni per poter andarsene. Anche er Canada é della combriccola, ma piú lucidamente ammette che quando i figli saranno maggiorenni lui avrá 50 anni e "a 50 anni dove cazzo vado?" mi ha chiesto (traduzione libera, ma fedele). Secondo lui il 90% degli stranieri in Finlandia si trova nella sua stessa situazione (non posseggo statistiche ufficiali, ma la percentuale mi pare verosimile), intentendo per stranieri gli Occidentali (gli altri, marocchi, bangladesh e somalia, sono esclusi dalle statistiche in quanto rifugiati, scroccatori di assegni di mantenimento o clandestini).
Poi er Canada é passato a raccontarmi delle sue passate esperienze lavorative: in Finlandia ha lavorato in una grossa multinazionale, ma nella filiale finnica c'erano 200 Finni, lui e un Olandese. Diceva che i Finni lo trattavano come una merda e non gli davano fiducia sul lavoro perché straniero (gli posso credere), mentre la nostra compagnia, dal punto di vista sociale, é molto meglio (ed é vero, essendo i Finni maggioranza relativa e quindi costretti ad evolversi dalla loro provinciale ferinitá per simpatetico beneficio dovuto alla vicinanza con stranieri, anche se del secondo o terzo mondo).
La ciliegina sulla torta: secondo er Canada il lavoro é organizzato male e c'é una sacco di gente che non fa una mazza, tipo er Ciáina, che non sa che ruolo abbia nella compagnia (me lo chiedo anch'io) e che si fa vivo ad ogni morte di papa quando ha un problema (anche da me qualche volta si é affacciato con domande al limite dell'implausibile).
Er Ciáina da questo punto di vista mi ricorda un tale che lavorava al dipartimento di architettura dell'universitá di Oulu (dove facevo la tesi) con la misteriosa mansione di "architetto di laboratorio". Tutti si chiedevano in che consistessero i suoi compiti e io lo vedevo sempre affacciato alla balconata interna con quell'aria scazzata da impiegato pubblico (figura professionale che ho avuto modo di conoscere per benino da vicino quando ero attaché al ministero della difesa ai tempi della naja). Una volta sono entrato nel suo ufficio e ho notato che vi era appesa una sola immagine: un collage sbiadito di un progetto di villetta unifamiliare con foto (mi ricordo di due donne sorridenti e con acconciature anni '80 sedute nel salotto), sicuramente l'unico suo progetto in tutta la sua vita

4 luglio 2008

Vecchi disegni - 1

Due disegni fatti durante un viaggio a Lisbona nell'Agosto del 2001.
Nel primo una vista del quartiere di Baixa Chiado. Quel pomeriggio ero solo e mi godevo la brezza oceanica che stemperava l'irraggiamento solare; il giorno dopo sarebbe arrivata la persona che stavo aspettando. Questa è la frase che ho scritto per accompagnare il disegno: "m'inchioda al silenzio il ponentino del vespro che annotta il clamore dei sensi e mi tenta con un fantoccio di pace sanscrito, ma non rinuncio al mio ergo sum e non mi sciolgo dall'abbraccio del logos".

Baixa Chiado
Mi sciolsi dall'abbraccio del logos, quando quella persona arrivò.
Il secondo disegno l'ho fatto durante una mezza giornata di mare a Cascais, vicino Lisbona; rappresenta una donna grassa sdraiata sulla spiaggia con le figlie adolescenti (una botolo come la madre e una bellissima e sognante):

Cascais

21 maggio 2008

I miei nuovi colleghi - 1

E' passato poco più di un mese da quando ho cominciato il nuovo lavoro. Tra le altre cose, mi sono studiato un po' i nuovi colleghi.
La compagnia vanta un'internazionalità che non aveva quella che ho appena lasciato. Abbiamo due Coreani, un Cinese, un Canadese e vari Indiani (selezionati dal branch di Mumbai). Non contando il gran figo italiano appena giunto. L'elemento indigeno rappresenta il 70% circa.
I Coreani sono due studenti di ingegneria meccanica, che mischiano studio e lavoro. Hanno per mito un mio ex collega (un Russo-Finlandese-Francese di madre lingua con moglie coreana). L'ex collega sarà pure un genio della Meccanica del continuo, ma per qualche oscura ragione odia gli Italiani (ed é pure comunista) e mi sta(va) parecchio sulla punta del cosiddetto. Con bel garbo italiano (cosa del tutto sconosciuta all'ex collega), non ho minimamente smontato il mito ai Coreani (del resto sono giovani, un giorno capiranno).
Il Cinese è un essere sfigatissimo. Di quelli pigri, ignoranti, ma presuntuosi e invidiosi. Un collega canadese di solito gli dà ripetizioni di un certo programma e mi diverte come costui pronuncia la parola DRAWING, cioè come "giòin", ma tutta di naso e la ripete spessissimo, fino alla nausea.
Il Canadese è grande e grosso e ha un'aria un po' stolida molto nordamericana.
Per gli Indiani ho un'innata simpatia. I nostri indiani sono molto riservati. Con uno ho parlato un po': vive vicino l'ufficio e va a pranzo a casa; è diventato padre da pochi mesi.
Ma il collega che finora ha soggiogato la mia immaginazione è un Finlandese che in ufficio porta dei vecchissimi zoccoli neri.
Provate a sentire il suono di quegli zoccoli strascicati lungo il corridoio. Se siete cinefili di serie A, vi ricorderete del monologo morettiano sulle calzature alla fine di "Bianca"; se di serie B, vi ricorderete degli zoccoli del coatto Enzo de "Un sacco bello". A me ricordano il passo dei bagnini sui quadrotti di cemento in spiaggia. Mi tornano ogni volta in mente il caldo, la sabbia bollente, i pranzi casarecci nella veranda dello stabilimento tutti ombra, brezza e tovaglie di carta, i pomeriggi passati a giocare a bigliardino (a "biardìno"), i morettoni o i peroncini scolati e le sigarette sturate dopo la giornata in spiaggia (ma questo quando ero già cresciuto e prima di smettere di fumare) e la salsedine, lo iodio, l'odore di pesce fritto e limone, le creme solari, le parole crociate sotto l'ombrellone. Ricordi d'ozio sul litorale romano e di lavoro su quello termolese. Ricordi che mi sembrano lontani più nel tempo, che nello spazio.
Di una dolcezza struggente perchè irraggiungibili.
Ma non ho voglia di fermarmi a ricordare. Voglio fare e costruire ed esplorare ancora.

11 giugno 2007

Mattina in spiaggia - Mar Tirreno - Infanzia

Camminando all’ombra delle cabine sento sotto i piedi sabbia fresca e umida. Amalgamate alla brezza satura di iodio e al risaccar delle onde, scambio per arie di Bach le canzonette che la radio del bar diffonde a basso volume, prima del chiasso. Le mie dita toccano con piacere legno roso dalla salsedine, la vernice scrostata; l'incuria delle cose. Lo zoccolare del bagnino sui quadrotti di cemento é sfacciato; mi sorprende la sua sicurezza nel camminare sulla sabbia.
Ma presto odore di crema solare. Giá m’inebria il ruggito del sole. Nelle borse di plastica lucida si nascondono tesori di pizzette avvolte in carta unta e bottiglie d’acqua ancora fredda. Cominciano le cerimonie tra vicini d’ombrellone. Si leggono giornali nell’attesa di cimentarsi con le parole crociate. Leggo un romanzo di Verne nell’attesa del bagno. Odorare il libro mi aiuta a sognare avventure.