5 marzo 2007

D&G

Non sono d'accordo con quanti si scandalizzano per le immagini dell'ultima campagna pubblicitaria di Dolce&Gabbana.
Lo scandalizzarsi mi pare cosa di cattivo gusto: fa molto imam incazzato, fa molto perbenista di sinistra.
Lo scandalizzarsi é conseguenza naturale del sentirsi giusti (chi si scandalizza è chi si sente in diritto di scagliare la prima pietra). Trovo incosciente ed ingenuo il sentirsi giusti: incosciente perché non é sicuramente di stimolo alla ricerca del proprio miglioramento, ingenuo perché ti porta ad illuderti di saper distinguere il bene dal male. Personalmente ritengo molto difficile credere alla buona fede di quanti si sentono giusti (e non penso solo a bigotti e baciapile, ma anche a imam incazzati e barbuti, a perbenisti di sinistra ben vestiti, a no global canna e kefia).

Se non sono d’accordo con quelli che si sono scandalizzati, figuriamoci se la possa pensare come quelli che richiedono le scuse dei due stilisti, come la CGIL (o con quelli che esigono che i manifesti siano disaffissi). In primo luogo, mi sfugge totalmente in nome di chi la CGIL richieda le scuse ufficiali di D&G; forse sarebbe meglio che tornassero ad occuparsi dei lavoratori. In secondo luogo, richiedere le scuse non é solo ingannarsi di saper distinguere il bene dal male, ma é addirittura arrogarsi il diritto di amministrare giustizia (richiedere le scuse e soprattutto richiedere di disaffiggere le immagini é una vera e propria sentenza).

Per quel che puó significare, io esprimo la mia solidarietá ai due stilisti.

3 marzo 2007

Serata al Lux

Ieri sono andato a ballare al Lux, nuovissimo club nel nuovissimo frankenstein polivante che è il centro di Kamppi (che ospita la stazione degli autobus regionali, un centro commerciale, un multisala, ristoranti, locali e trendissimi appartamenti).
Un’amica di Perugia ha lasciato il ristorante *** a Kamppi, dove lavorava come cameriera, e gli ex colleghi le hanno organizzato una festa d’addio al Lux, o, come mi verrebbe da dire, al Dux, sebbene non vapori atmosfere littorie tutte linoleum e piallacci in noce, ma vanti un lusso austero, fondato su superficie e volumi squadrati neri, che ben poco hanno di nostalgico (di nostalgico c’è il raffinato ristorante Lasi Palatsi, in bilico tra il costruttivismo mel’nikoviano e il décor stalinista; squisita la zuppa di salmone).

Prima di salire al Lux, dove ci aspetta una saletta riservata rifornita di spumante catalano e vodka svedese, ci fermiamo a bere un biccherino di grappa d’amarone al *** (il cui proprietario è un ricchissimo ebreo finlandese).

Della serata voglio schizzare solo la descrizione di tre personaggi.
Il primo è il capo-cuoco e manager del ***. Romano di Ostia, porta il nome di un re persiano. Maneggione di bassa lega e di mezz'età, ventruto, concepisce i rapporti umani solo secondo le categorie del sesso e del denaro; ha il pregio (forse derivato dall’alcool) di lasciarsi uscire di bocca tutta la pochezza che i suoi due neuroni intirizziti riescono a produrre. A fine serata l'ho visto accapigliarsi per questioni d'onore (forse qualcuno aveva osato dargli uno spintone).
Il secondo personaggio è un cuoco del ***. Italiano di non so dove, porta il nome di un paladino ariostesco. Mi si presenta come cuoco e come ginecologo, sfoderandomi il sorriso di chi la sa lunga, ma molto lunga. Coetaneo del capo-cuoco, lampadatissimo, veste una camicia bianca sotto un completo gessato; la camicia è ovviamente sbottonata fino all’inizio della panza (cavezza d’oro rosso e pelame bianco ne vengono fuori). Presumo che abbia solo un neurone, perchè pare declinare il mondo solo secondo la categoria del sesso (del “basta che respira”, per essere esatti), cosa che lo mette un gradino sotto al capo-cuoco nella ripidissima scala dell’evoluzione umana.
Il terzo personaggio è un cameriere del ***. Bolognese, porta un nome dal sapore virgiliano. Ventenne all’inizio degli anni ‘70, lascia Bologna per Londra e poi per Amsterdam, dove conosce la Finlandese che diverrà la madre di sua figlia e (ora) ex moglie. Rimane ad Amsterdam sei anni e poi si trasferisce a Helsinki, dove vive da più di tre lustri.
Se non fosse per la figlia dodicenne, se ne andrebbe da Helsinki. Aspetta che raggiunga la maggiore età. Mi parla di un amico dei bei tempi di Londra, che si è trasferito in California, mentre lui sceglieva Amsterdam; mi dice che è ancora in contatto con questo amico che gli rinnova continuamente l’invito ad andare a lavorare da lui. Si vede che è insoddisfatto. Che è solo.
Il Bolognese è un bell'uomo: alto, ben proporzionato, fisico asciuttissimo, veste con disinvoltura abiti giovanili. Di animo molto più sensibile degli altri due, mi parla con una cantilena di una tristezza portoghese.
Provo immensa pietà per quest’uomo.
Anche per il capo-cuoco e il cuoco provo pietà, superiore persino al fastidio di dover sopportare la loro volgarità. Mi communove il loro squallore senza possibilità di redenzione, accecato dall'avanzare inesorabile degli anni. Mi paiono dei pulcinella condannati al supplizio di Tantalo, condannati a viziare con il loro laidume anche la nobiltà della caduta. Non riesco a riderne. Non riesco a ridere dei loro fauneschi e frustrati approcci verso fresche biondine, non riesco a ridere dei loro ripieghi strategici verso stagionate biondone.

27 febbraio 2007

Due Tartari in cucina

Sabato a cena due Tartari mi hanno preparato il plov.
Sono venuti da me una collega, il di lei ragazzo e un di lui amico. La collega è Russa di San Pietroburgo; gli altri due sono Tartari nati nella baškira Ufa (città negli Urali meridionali). Vivevano tutti e tre a San Pietroburgo, prima che la collega venisse a lavorare a Helsinki; il ragazzo e l’amico sono venuti a trovarla per il weekend.
I Tartari appartengono al ceppo turco-mongolo, come dichiarano le fisionomie dei miei ospiti (generazioni di nomadi nella steppa, mandrie di cavalli, il terribile splendore dell’Orda d’Oro) e la loro lingua (vicina al Turco) e sono formalmente mussulmani (ma non molto praticanti: mi hanno chiesto: "come si può non bere e non mangiare maiale?"). Il ragazzo della collega ha un nome che viene da un personaggio di Dumas e mi racconta che il nome tartaro della sorella suona come "acqua rossa", cioè "acqua mischiata con sangue" (nella traduzione dal Tartaro al Russo all’Inglese e all’Italiano si perde qualcosa), perchè è nata il 9 Gennaio, anniversario della domenica di sangue del 9 Gennaio 1905 (giorno in cui l’esercito zarista aprì il fuoco su una folla che portava una petizione a Nicola II, facendo una strage). Anche l’altro Tartaro ha un nome francese, porta quello del rivoluzionario che fu "ucciso da una prostituta" (come mi precisa con orgoglio).
Il plov, secondo quanto ho capito (i due Tartari non parlano bene l’Inglese, ma non mi va di farmi sempre tradurre dalla collega) è un piatto originario dell’Asia centrale ed è molto diffuso in Russia. La tradizione vuole che siano solo gli uomini a prepararlo (e infatti la collega se n’è stata seduta a sfogliare una mia rivista di interior design, sorseggiando un ottimo rosso veneto).
Anch’io ho dato una mano e quindi ho potuto seguire da vicino la preparazione del plov secondo la maniera uzbeka (che dicono essere la migliore): si soffrigge nella pentola un battuto di carote e cipolle (i due Tartari avrebbero voluto usare dell’olio di semi, ma io avevo solo quello d’oliva; gli Uzbeki usano invece grasso di montone), con abbondanza di spicchi d’aglio; poi si aggiunge la carne a tocchetti (ne hanno usata di maiale, sebbene gli Uzbeki preferiscano usarne di montone) e l’uva passa; e infine aggiungono il riso e le spezie (i due Tartari hanno usato solo del curry; mi sarebbe piaciuto avere in casa dello zafferano).
Durante la preparazione (durata un paio d’ore) ci siamo sostenuti con una salsiccia lucana da mezzo metro aromatizzata al peperoncino dolce; abbiamo iniziato la cena con un’insalata (fatta dalla collega) di lattuga, pomodori, cetrioli freschi e aneto e poi siamo passati al plov.
Il plov era molto buono; i miei ospiti mi hanno assicurato che con strumenti acconci e ingredienti appropriati sarebbe venuto molto meglio e mi hanno invitato a provarlo a San Pietroburgo (invito che mi toccherà onorare). Debbo confessare che, essendoci scolata una bottiglia di J&B in tre (la collega ha bevuto soltanto il rosso veneto: una bottiglia e mezzo!) tra la preparazione e la cena, il mio palato non andava tanto per il sottile; dopo cena il ragazzo della collega è andato a stendersi sul divano (i due amici si erano fatti tre o quattro birre prima di venire da me) e io sono rimasto con l’altro Tartaro a finirmi una mezza bottiglia di Beluga (ottima vodka siberiana) che avevo in casa, più qualche bicchierino di limoncello (fatto dai miei genitori), di ouzo (che mi ha portato un amico ateniese di passaggio per Helsinki) e di un liquore lucano al cioccolato e peperoncino.
Alla fine della serata ho chiamato un taxi per i miei ospiti e li ho accompagnati a prenderlo, poi ho avuto solo la forza di tornarmene a casa, salire in camera da letto, sfilarmi i calzoni e crollare incosciente sul letto. Dormito sodo, al mattino mi sono risvegliato freschissimo.
Per tutta la serata i due Tartari mi hanno insegnato le peggiori parolacce russe, ma non me ne ricordo nemmeno una.

1 febbraio 2007

Viaggio a Palermo (28-31.12.2006)

Insiema a L. presso A. da Palermo, uomo dalla spagnolesca ospitalià e ingegneresco dottorando in una università catalana, ed E., la sua donna andalusa (in valigia anche il Libro di sabbia di Borges e il Viaggio in Italia di Ceronetti, dono gradito di A. da Milano).

Terrasini
Siamo sistemati in un appartamentino fresco fresco di ristrutturazione; paese di mare; odori di gomma e plastica (canotti e secchielli), di frittura di pesce (nuances di limone); luce impietosa e prepotente; una legione di ragazzini si trastulla con delle miccette nel chiasso e sotto il generoso sole di Dicembre; una qualche brava massaia sta preparando delle melanzane al forno, della cui fragranza e la strada e la nostra casa sono invase (mi tornano in mente le estati a Palombara dai nonni, gli odori di cucina e di pulito che traboccavano per le viuzze; esistevano solo vecchi a giocare a carte all’osteria, vecchie a cucinare e bande di ragazzini a giocare per i vicoli; ricordo di maliziosi nascondini notturni).

Palermo
Passeggiata per il centro: panni stesi nei vicoli veleggiano alla brezza e spirano fragranze di bucato; effetto di luce mai visto: sul selciato che sembra tirato a lucido, raggi solari si gettano in massa come una mandria di bufali di cristallo, frantumandosi in tutte le direzioni e spargendo secchiate di luce; il selciato sconnesso pare un mare calmo, i motorini che spariscono dietro una salita paiono bastimenti che si disciolgono nel tramonto.
L’ansia di colore locale si può esaurire nella fruizione di stereotipi.
In viaggio cercare solo quello che si conosce è limitare i propri orizzonti.

Interludio
La notte di Santo Stefano passeggiavo con L. per il centro di Roma. Nei pressi del Pantheon mi sorprese la tautologia che Roma fosse me e che io fossi Roma. Ma un me stesso sepolto, dimenticato, infelice, disperato. Mi turbava e m’infastidiva questo involontario viaggio nel mio passato. Mi sentivo nudo, le mie tristi miserie sotto gli occhi di tutti, soprattutto quelli di L. Mi accorsi poi come le mie miserie fossero visibili solo a me e come tutti vivessero la loro vita senza coscienza. Anzi, come tutti vivessero con la sola coscienza di Roma (la Roma reale, l’esausta e sarcastica ed ingiusta matrigna di donne egoiste e uomini deboli, di raccomandazioni e privilegi), come se Roma fosse l’unico valore e termine di paragone possibile, come se fosse l’unico mondo, l’unico ordine.

Monreale
Appoggiato alla balaustra dell’altare del transetto sinistro, guardo attraverso l’arco che separa il transetto dalla navata sinistra, vedo la fuga di colonne e archi che sostengono il tetto e dividono la navata centrale da quella sinistra; le colonne paiono altissime, gli archi si perdono nella nebulosa dorata dei mosaici; la prospettiva è schiacciata, artificiale; lame di luce malata si alternano ai dorsi tenebrosi delle colonne; pare una tela di Moreau, una pagina orientale di Flaubert.

Santuario di santa Rosalia
Complicato sistema di raccolta delle acque all’interno della grotta, una specie di arborescenza metallica, una specie di sistema sanguigno di cyborg; una vetrina nel negozietto annesso al santuario espone teschi in lucido ottone, sciabole garibaldine e trionfi in argento di arti e occhi e seni per ex voto; se per me il santuario è una grottaccia addobbata con poco gusto (penso soprattutto allo sproporzionato altare che accoglie le spoglie della santa e che ha un non so che di tibetano), L. invece vede nel rapporto tra la chiesetta ricavata dalla grotta e la montagna che la ospita, la rappresentazione del rapporto tra l’uomo e la stichija, parola russa che indica la forza della Natura, contrapposta alla necessaria fragilità dell’uomo e delle sue opere (per i bolscevichi, anche la stichija era un nemico di classe).

Pranzo veloce a casa dei genitori di A. da Palermo (28 Dicembre 2006): arancine con ragù e con prosciutto e mozzarella, panelle, crocchette, caponata (=ambrosia), aringhe e arance, sarde a beccafico, pomodori secchi sott’olio fatti in casa, olive e buccellatini; Corvo e Marsala.

Cena ufficiale a casa dei genitori di A. da Palermo (29 Dicembre 2006):
  • antipasti: jamon serrano (portato da E.), mezzo salmone affumicato a freddo (portato da me da Helsinki), pistacchi del Qatar con sale e limone (portati a Roma da mio padre e a mia volta portati a Palermo), caciocavallo di Ragusa e pomodori secchi sott’olio;
  • primo: involtini di melanzane con spaghetti, pesto e ricotta (=ambrosia);
  • secondo: arrosto di maiale con patate;
  • frutta tropicale (che cresce nel paese natale di E.);
  • dolce: Torta Setteveli, semifreddo al cioccolato dell’ottima pasticceria La Cucinella di Terrasini; panettone con cioccolato bianco e marrons glacés dell’ottima pasticceria La Casa del Dolce di San Brancato (PZ; portato da me);
  • Nero d’Avola.

7 dicembre 2006

La camera di L.

Stamattina mi sono svegliato presto, come al solito, e ho osservato L nel sonno e la sua stanza. Era quel momento in cui la prima luce dissugella le cose dal misterioso forziere della notte.
Di mattina, la luce non batte diretta sulla finestra, ma vi arriva rimbalzando sul muro dal cretoso intonaco giallo della corte interna. Le pesanti tende di velluto marrone, poi, ne trattengono la maggior parte e solo qualche spiraglio negletto filtra. Una volta penetrato dentro la camera, il filo di luce è quasi tutto assorbito dai tappeti e dai velluti e solo una piccola frazione riesce a rifrangersi sulle cornici argentee e dorate dei quadri.
Vige nella camera una luce lattea, morbidissima, indecisa nel dire i contorni delle cose. Cade come zucchero a velo sulle superfici tonde per descrivere delicatissimi chiaroscuri e pare invece ignorare tutte le superfici squadrate e lasciarle nell’anonimato dell’oscurità.
Non posso immaginare più gentile carezza di questo tacito ondeggiare di bambagia sulle nivee forme di L.

23 ottobre 2006

Konec revoljucii - 2

Inja: un villaggio miserabile di qualche decina di izbe annerite dalle stagioni. Uno scaracchio d'umanità perso tra i monti verderame dell'Altaj, spalmato sulla valle scavata dal fiume Katun', un pianoro battuto da venti implacabili buono solo a pascolarci i cavalli; un villaggio (il cui nome in altaico significa 'spalla') oltre il quale un araldo del marxismo-leninismo decise che non valesse più la pena di proseguire, perchè da lì fino alla Cina e alla Mongolia (lontane un paio di cento chilometri) non ci abitava più nessuno e non c'erano dunque più proletari da redimere, né nulla da saccheggiare.

Quel giorno percorremmo circa 350 km in direzione sud-est dalla città di Čemal (nostra base nell'Altaj) per andare a vedere la cascata del torrente Tutugoj (prima che questo si getti nella Čuja, affluente della Katun') e ne facemmo altrettanti per tornare indietro.
Lasciammo la fragrante e fertile valle del fiume Čemal, con i suoi meli e i suoi albicocchi, le cui falde sono popolate da salutari cedri e pini, e seguendo la statale M-52 abbandonammo le verdi rive della Katun' e ci addentrammo per valli di latifoglie.
Prendemmo a salire fino ad arrivare in un vasto altopiano, destinato a pascolo per le renne e presidiato da Ondugaj, un campaccio rigagnoluto trapuntato di scure izbe, con qualche edificio pubblico in muratura e capannoni in cemento, ormai in rovina, di un grigio amaro e butterato. Come il cielo, che diffondeva una luce granulosa ma perspicua, minata da pioggia ora lieve ora intensa. Ci rifocillammo con dei čebureki ripieni di carne di montone (una sorta di ravioli fritti originari dell'Uzbekistan) e riprendemmo il cammino.
Passammo il valico del Čike Taman e ci riaffacciammo di nuovo sulla valle della Katun'.
Finora la strada aveva attraversato villaggi, campi, boschi; avevamo superato trattori e ciclisti e babuški, che vendevano pomodori e cetrioli sul ciglio dell'asfalto, ora, a perdita d'occhio, di fronte a noi solo valli e giogaie brulle e ventose; rarissime izbe e rarissimi alberi stonavano in queste lande impetuose e impietose. Era tutto un frantumarsi di rocce verdi su ripidi crinali (la valle della Katun' trabocca di rame, le sue stesse acque sono limpidissime, ma verdi), un petroso franare, un sabbioso sbriciolarsi di fianchi di collina, sotto un vento fottuto che asciugava qualsiasi pollare d'umidità.
Era chiaro perché l'araldo del marxismo-leninismo decise che non valesse più la pena di proseguire.
Le valli apparivano aride, rinsecchite, misere di sterpaglia spuntata tra il sassame, eppure erano rigate in tutti i sensi da numerosi corsi d'acqua di tutte le taglie e di tutti i colori, che s'andavano a gettare nella Katun', dea madre dell'Altaj, che unendosi alla Bija dà vita alla Ob', che attraversa tutta la Siberia fino al mare glaciale).
Arrivammo a Inja. Da una parte della strada un enorme masso erratico, dall'altra parte una fermata d'autobus, eretta nel tipico cemento massiccio socialista, che si presentava come un incrocio tra una casamatta e un vespasiano. Accanto alla pensilina, una serie di vecchie latte piene di cetrioli e minute mele siberiane parevano aspettare l'autobus, ma improvvisamente dalla casamatta-vespasiano vennero fuori giovani donne esili, con zigomi forti e occhi a mandorla (e bambine paffute sbocconcellanti al seguito) con l'intento di vendercele.

17 ottobre 2006

Konec revoljucii - 1


C'è stato un tempo in cui il mondo non era connesso e non era contratto nella globalizzazione, un tempo in cui le distanze fisiche erano un limite reale al circolare degli uomini e delle idee. Eppure quel tempo appartiene anche alla storia recente, alla storia del secolo scorso.
La rivoluzione russa non è stata un big bang che in una frazione di sospiro ha investito l’impero dello car’, da Petrograd alla Kamčatka, non si è propagata alla velocità della luce dal mar baltico al mare di Bering, ma venne diffusa, venne (mi si perdoni il termine evangelico) annunciata, secondo le possibilità di allora. L'armata rossa durò fatica a imporre il verbo di Lenin e la dittatura del proletariato e impiegò alcuni anni e innumerabili vite a sconfiggere l'armata bianca.
Immaginiamo ora la sterminata desolazione della Siberia, immaginiamone le zone periferiche, in cui i villaggi, a causa dell'arido deserto o del gelo perenne, sono rarissimi e vivono solo isolati cacciatori: le notizie sono portate a piedi o a dorso di cavallo o di cammello, le comunicazioni sono alla mercè delle piogge, della neve, del disgelo. Eppure anche agli abitanti più sperduti giunge la novella rossa e tutti sanno che lo car’ è stato rovesciato e che vengono istituiti i soviet.
Uomini sporchi e stanchi, dal grilletto facile, percorsero a cavallo tutta la Siberia, predicando la rivoluzione di villaggio in villaggio in bande sanguinarie, requisendo vodka e bestiame, seducendo contadinotte e macellando nobili, possidenti e borghesi (come racconta Ferdinand Ossendowski nel suo Bestie, uomini e dei).
Eppure ci dev'essere stato un limite fisico o un confine mentale al loro pervagare, al loro annunciare. Ci dev'essere stato un punto oltre il quale questi araldi del marxismo-lenisimo decisero che non valesse più la pena di proseguire e diffondere.
Ebbene, uno di quei punti esiste e si chiama Inja.

16 ottobre 2006

Simmel

Ho appena letto degli scritti su Rembrandt di Proust e Simmel (entrambi in edizione Abscondita). Quanta differenza tra i due!
Proust indugia nella descrizione della luce crepuscolare rembrandtiana, di quell'oro morente di cui lacca oggetti e persone, e ferisce il cuore, mentre l'indagine estetica di Simmel, che è corazzata di filosofia e brandisce acume come una spada, penetra nell'interno dell'arte dell'olandese, chiarendo al cervello ciò che ha già affascinato il cuore.
Ma non voglio parlare di questo, voglio citare una frase di Simmel: "ovunque c'è confronto, per quanto grandi siano le differenze, ci sono sempre premesse comuni, sulla cui base il confronto è possibile ed esiste" (da Georg Simmel, "Studi su Rembrandt", Edizioni Abscondita, Milano, 2006, pag. 51).
Caliamo questa frase nel suo contesto: Simmel sta confrontando i ritratti rembrandtiani con quelli italiani quattrocenteschi; ma la valenza della sua frase è universale e credo che possa essere applicata senza incertezze anche all'analisi del tempo in cui viviamo, con particolare riferimento allo "scontro di civiltà" (sensu lato; sebbene non condivida completamente questa espressione, me ne servo per la sua immediatezza).
Riscriviamo la frase di Simmel: un confronto esiste ed è possibile solo se ci sono premesse comuni, non importa quanto grandi siano le differenze. Ora io mi chiedo: ci sono delle premesse comuni che possano essere il fondamento di un dialogo (confronto) tra le "civiltà" (che si stanno "scontrando")?
Forse non ha senso rispondere alla domanda per la sua genericità e indeterminatezza. Ma ha senso porsi il problema.

7 ottobre 2006

Una splendida donna

Durante uno scalo all'aeroporto di Šeremet'evo (Mosca), alla fine di agosto, osservavo gli altri passeggeri nell'attesa del volo per Helsinki e la mia attenzione è stata catturata da una donna russa di circa trentacinque anni, che era con due bambini.
Il piccolo, avrà avuto due o tre anni, era stanco e nervoso e la madre aveva gran cura a coccolarselo e a mormorargli all'orecchio dolci paroline per calmarlo. La figlia grande, di una decina d'anni, leggeva composta e assorta un manuale di scacchi per bambini (quei grandi liquidi occhi marroni, quel taglio languido della bocca e quelle due lunghe trecce bionde fra non molto causeranno sospiri e desideri a maschi di varie età).
Quella donna mi dava scacco
Era indubbiamente bella. Forse appena qualche anno prima era stata bellissima, come possono esserlo le russe. Ma i due parti avevano lasciato tracce: il seno si era un po' appesantito, mentre i fianchi, forse ora un po' troppo generosi, erano fasciati da un morbido e ampio panneggio. Anche la freschezza del volto era provata dal viaggio.
Eppure non riuscivo a staccare gli occhi da lei.
Nel frattempo da uno schermo era proiettato un video di un'agenzia di viaggi, in cui giovani tenniste russe giocavano a tennis tra i monumenti del mondo. La camera indugiava birichina tra i loro volti deliziosi e tra le loro curve ipnotizzanti; naufragavo nelle divine proporzioni dei loro corpi, m'arrovellavo nel computo del taglio dei loro occhi o delle loro labbra, nella misurazione delle gambe ben plasmate che esplodevano energia di tra lo svolazzar dei gonnellini. Ma, sopravvissuto allo sturbo iniziale, mi rendevo conto di quanta finzione ci fosse nelle giovani tenniste e di quanta realtà ci fosse nella madre che mi sedeva di fronte.
Sebbene m'ispirassero entrambe desideri sessuali, erano desideri differenti: le tenniste incarnavano una passione sterile, la madre un desiderio fecondo; le tenniste incarnavano la bellezza della perfezione formale, la madre la bellezza della fertilità, dell'amore consumato fino in fondo. Le tenniste erano icone bidimensionali, coiti interrotti, maternità rinunciate, la madre è donna perfetta, perchè ha portato a compimento l'amore nella generazione della vita.

5 ottobre 2006

Una definizione d'amore

L rimarrà a Helsinki con me per qualche settimana. E ora che è qui, il baricentro della mia vita non giace più a metà tra il lavoro e la lettura, ma ogni mia attenzione gravita intorno a lei.
Con L la mia vita acquista un senso, un significato che da solo non saprei darle; la mia esistenza raggiunge con lei una pienezza abbacinante. Non cambio come uomo, non divento migliore, né (spero) peggiore, i problemi che assillano questa valle di lacrime non scompaiono, il mondo non diventa rosa, né Theo van Gogh risorge, ma la mia anima raggiunge la sazietà come dopo un ricco banchetto.
Insieme possiamo affrontare qualsiasi indigenza, qualsiasi sacrificio.